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Ove la tirannia convien che gema. 133 La divina giustizia di qua punge Quell' Attila che fu flagello in terra, E Pirro, e Sesto; ed in eterno munge 136 Le lagrime che col bollor disserra A Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, Che fecero alle strade tanta guerra.» 139 Poi si rivolse, e ripassossi il guazzo.

133. DI QUA: da quest' altra parte. – PUNGE: tormenta.

134. ATTILA: il famoso re degli Unni. Egli stesso s' intitolava fiagellum Dei.

135. PIRRo: non è costui il figlio d' Achille, come alcuni antichi pretendono, bensì il famoso re d' Epiro, assalitore prima de Romani e poi de' Greci; terribile non solo ai suoi nemici ma anche agli stessi suoi sudditi. – SEsTo: Sesto Pompeo, figlio del gran Pompeo. «Fu grandissimo corsale, come dimostra Lucano, il quale di lui parlando dice: Seactus erat magno proles indigna parente: Qui mor scylleis eacul grassatus in undis Polluit aequoreos Siculus pirata triumphos.» Dan. Cfr. Luc. Phars. VI, 113. –

MUNGE: spreme per bollor di sangue e con la violenza delle pene quelle

lacrime, che mai non erano per sentimento di pietà uscite dagli occhi di quei crudeli. Di Siena.

137. RINIER: famoso ladrone ai tempi di Dante. «Questo Rinieri da Corneto molto famoso rubatore fu nel suo tempo, e molta gente sommesse e uccise. Corneto è in Maremma. Rinieri Pazzo fu uno cavaliere de' Pazzi di Valdarno, del contado tra Firenze e Arezzo, antichi uomini; questi fu a rubare li prelati della Chiesa di Roma per comandamento di Federigo II. imperadore, circa gli anni 1228.» Ott. – Rinieri Pazzo venne nel 1269 scomunicato da Clemente IV. e furono fatte leggi in Firenze contro di lui e de' suoi seguaci.

139. Poi: dopo aver dette queste parole ed aver passata la riviera. – sI RIvo LsE: Nesso, tornandosene indietro. – IL GUAzzo: quel punto della riviera ove si guada, v. 94.

CANTO DECIMOTERZO.

SECONDO GIRONE DEL SETTIMO CERCHIO: VIOLENTI CONTRA SÈ. – LE ARPIE. – PIER DELLE VIGNE. – LANO SANESE. – ROCCO DE' MIOZZI.

Non era ancor di là Nesso arrivato,
Quando noi ci mettemmo per un bosco
Che da nessun sentiero era segnato.
4 Non frondi verdi, ma di color fosco;
Non rami schietti, ma nodosi e involti;
Non pomi v' eran, ma stecchi con tosco.
7 Non han sì aspri sterpi nè sì folti
Quelle fiere selvagge che in odio hanno
Tra Cécina e Corneto i luoghi colti.

1. DI LÀ: dal guado sanguigno. Di dice, rispetto al luogo ove egli e Virgilio adesso si ritrovavano. Il momento della narrazione è quì uno con quello della visione.

2. CI METTEMMo: entrammo, ci incamminammo.

3. sEGNATo: non vi si vedevano vestigie di alcun sentiero, non essendovi ancora mai capitato persona viva onde lasciarvene.

4. NoN: non si vedeano quivi frondi verdi, come negli altri boschi, ma soltanto frondi di color fosco, cioè nero; i rami della selva non erano distesi e leni, diritti e lisci (schietti), ma pieni di nodi e intrecciati (nodosi e involti); non vi si vedeano frutta (pomi), ma spine velenose (stecchi con tosco) in luogo di frutta. E una selca selvaggia, Inf. I, 5. Bruttissimo e spaventevole il luogo di dimora di coloro ai quali questo mondo non era bello abbastanza, avendolo abbandonato volontariamente prima che l' ora loro suonasse.

7. STERPI: sterpo si dice legno bastardo, non fruttifero. Buti ad Parad. XII, 100.

9. CECINA: fiume che scorre per la provincia volterrana e sbocca nel Mediterraneo poche ore distante da Livorno, verso Roma. – CoRNET.o: piccola città tra gli stati del papa e la Toscana. « I due fiumi Cécina e Marta (sul quale è posto Corneto) formano all' incirca i confini della Maremma toscana, luogo insalubre e dove anche a dì nostri non vi sono per lo più che boschi e macchie foltissime.» Vitte. – colTI: coltivati.

10 Quivi le brutte Arpie lor nido fanno,
Che cacciàr delle Strofade i Trojani
Con tristo annunzio di futuro danno.
13 Ale hanno late, e colli e visi umani,
Piè con artigli, e pennuto il gran ventre;
Fanno lamenti in su gli alberi strani.
16 E il buon maestro: «Prima che più entre,
Sappi che se nel secondo girone», –
Mi cominciò a dire, – «e sarai, mentre
19 Che tu verrai nell' orribil sabbione.
Però riguarda bene, e si vedrai
Cose che torrien fede al mio sermone.»
Io sentia da ogni parte traer guai,

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10. A Rei e uccelli favolosi con viso e collo di donzella. Cfr. virg. En. 1. III v. 210 e seg.

Strophades Graio stant nomine dictae,
Insulae Jonio in magno: quas dira Celaeno,
Harpiaeque colunt aliae, Phineia postguam
Clausa domus, mensasque metu liquere priores.
Tristius haud illis monstrum, nec saevior ulla
Pestis et ira deim Stygiis sese ea tulit undis.
Virginei volucrum vultus, foedissima ventris
Proluvies, uncaeque manus, et pallida semper
Ora fame.

Le Arpie simboleggiano i rimorsi della coscienza. 11. c Accr AR: vedi Virg. En. 1. III v. 219 e seg. dove si racconta come le arpie insozzassero le mense, e tutto contaminassero il pasto de Trojani. 12. ANNUNzro: Celeno, una delle arpie, annunziò ai Trojani i loro futuri danni e la fame crudele che gli costringerebbe a divorare le mense. Vedi Virg. En. 1. III, v. 247 e seg.

Italian cursu petitis, ventisque vocatis
Ibitis Italiam, portusque intrare licebit:
Sed non ante datam cingetis moenibus urbem,
Quam vos dira fames nostra eque iniuria caedis
Ambesas subigat malis absumere mensas.

13. LATE: larghe. 15. stRANI: vuol riferirsi ad alberi; altri credono si debba riferire a lamenti. Che gli alberi fossero strani il Poeta lo ha detto; ma i lamenti erano fors' anche strani. 16. ENTRE : entri; prima che tu ti inoltri davvantaggio nel bosco. 17. NEL SEcoNDo: de trè gironi in cui è scompartito il settimo cerchio. Vedi Inf. XI, 28 e seg. 18. MENTRE: finchè - tu potrai giudicare quanto esteso sia questo gi rone poichè camminerai su esso tutto il tempo che ci abbisogna per giungere all' orribil sabbione. 19. on RIBIL sabBIoNE: alla sabbia del terzo girone; vedi Inf. XIV, 13. 28 e seg. 21. roRRIEN FEDE: se io te le dicessi non le crederesti; sono cose incredibili. Alcuni vogliono leggere daran fede; ma tal lezione non ha sufficienti autorità di testi a penna e pecca inoltre contro il contesto. 22. TRAER GUAI: mandare grida di lamento. Queste anime che, incarcerate in un tronco, traggono guai, son quelle dei violenti contro sè medesimi nella vita, ossia de' suicidi. Hanno gittato via la loro spoglia mortale e non la riavranno perciò mai più. Hanno avuto a sdegno

E non vedea persona che il facesse; Perch' io tutto smarrito mi arrestai. 25 Io credo ch' ei credette che io credesse Che tante voci uscisser tra que bronchi Da gente che per noi si nascondesse. 28 Però disse il maestro: «Se tu tronchi Qualche fraschetta d' una d' este piante, Li pensiero che hai si faran tutti monchi.» 31 Allor porsi la mano un poco avante E colsi un ramuscel da un gran pruno; E il tronco suo gridò: «Perchè mi schiante?» 34 Da che fatto fu poi di sangue bruno, Ricominciò a gridar: «Perchè mi scerpi? Non hai tu spirto di pietate alcuno? 37 Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi. Ben dovrebb' esser la tua man più pia

l' umana vita e non hanno ora che una vita vegetante la quale non si distingue da quella delle piante che in quanto essa è sensitiva onde provare e sentire il dolore.

23. PERsoNA: niuno.

24. PERCH' Io: onde io. smARRITo: confuso. – MI ARRESTAI: per vedere dove fosser nascosti coloro che traevano guai.

25. CREDo: artifizio di parole che gli antichi usarono alle volte stimandolo di qualche vaghezza. « Bel modo di dire: giuoca il Poeta, su questo verbo Credo, che tante voci, quante eran quelle, che egli udiva, uscisser di quei bronchi, di quelli alberi spinosi, nodosi e involti da gente, che per noi si nascondesse.» Dan. EI: Virgilio.

27. PER No1: per non lasciarsi vedere da noi.

29. D' EsTE: di queste.

30. MoNCHI: manchi, diffettosi - i tuoi pensieri saranno smentiti dal fatto.

31. Porsi: distesi.

32. RAMUsCEL: piccolo ramo. Certo vecchio scolaretto là a Bologna vuole che si scriva ramoscello e che questa sia «voce più vera perchè dal positivo ramo». Ma se studia un pochettino di grammatica troverà che tali voci si derivano dalla forma plurale del sostantivo, e che per conseguenza non si dice pratocello ma praticello, non partecella ma particella e così via. Imparar qualche cosa val meglio che ciarlare, messer lo Scarabeo!

33. schIANTE : schianti, rompi violentemente. Anche quì Dante imita Virgilio, Eneide l. III, v. 37 e seg.

Tertia sed postquam majore hastilia misu
Adgredior, genibusque adversa e obluctor arenae;
(Eloquar, an sileam?) gemitus lacrimabilis imo
Auditur tumulo, et voa reddita fertur ad auris:
Quid miserum, Aenea, laceras ? jam parce sepulto:
Parce pias scelerare manus.

– «Però che l' Auttore non era ministro posto dalla divina giustizia a tormentarli, però si duole il tronco.» An. Fior.

35. RIcoMINCIò : il tronco. – sceRPI: rompi, schianti; è il lat. discerpere.

37. sTERPI: piante silvestri; vedi v. 100.

38. PIA: pietosa.

Se state fossimo anime di serpi.»
40 Come d' un stizzo verde, che arso sia
Dall' un de' capi, che dall' altro geme,
E cigola per vento che va via:
43 Si della scheggia rotta uscia insieme
Parole e sangue. Ond' io lasciai la cima
Cadere, e stetti come l' uom che teme.
46 – «S' egli avesse potuto creder prima», -
Rispose il Savio mio, – «anima lesa,
Ciò che ha veduto pur con la mia rima,
49 Non averebbe in te la man distesa;
Ma la cosa incredibile mi fece
Indurlo ad opra che a me stesso pesa.
52 Ma dilli chi tu fosti, sì che, invece
D' alcuna ammenda tua fama rinfreschi
Nel mondo su dove tornar gli lece.»
55 E il tronco: «Si con dolce dir m' adeschi
Ch' io non posso tacere; e voi non gravi
Perch' io un poco a ragionar m' inveschi.
58 Io son colui che tenni ambo le chiavi

39. Di serpi: nonchè d' uomini, come fummo, v. 37. 40 e seg. Parole e sangue si uscia dalla rotta scheggia dal rotto rame come esce l' umore, e lo stridore d' un stizzo verde che sia arso dall' un de' capi, che gene stride, ed emette goccie, come quest' anime lagnansi, e versam sangue dall' altro capo. – Non potrebbe la similitudine esser più propria ! da ramo a ramo, da umore a sangue, da stridore a lamento, dalla violenza del fuoco alla violenza del dolore. Benv. Ramb. 43. schEGGIA: dalla fraschetta schiantata. UsciA: uscivano. 44. LA crMA: il ramicello schiantato. 46. S' EGLI: se già prima di vederlo coi propri occhi sulla semplice mia parola costui avrebbe potuto credere il fatto che i gemiti uscissero dalle piante. 47. SAvIo: Virgilio, cfr. VII, 3. XII, 16 ecc. – LEsA: mutilata. Il ramuscello che Dante avea colto faceva in certo modo parte di quell' anima, schiantandolo egli l' avea mutilata. 48. PUR: solamente. – RIMA: parola. Infatti la parola di Virgilio è diventata rina in bocca al Poeta che la riferisce. 49. Aver EBBE: avrebbe; inflessione primitiva come vederai per vedrai, Inf. I, 118. poterebbe per potrebbe ecc. – IN TE: contro di te, cogliendo de' tuoi ramuscelli. 51. AD o PRA: di toccare colle proprie mani. Dante era nel caso di

Toma; vedi S. Giov. XX, 24–29. – A ME – PEsA: me ne duole anche a me stesso; m' è grave. 53. AMMENDA : compenso del dolore che ti ha cagionato. – RIN

FREscHI: rinnuovi in bene. Dante lo fa nei seguenti versi, massimamente nei v. 73–75. 55. M' ADEscHI: mi alletti, mi lusinghi. 56. voI: a voi; vedi nota sopra Inf. I, 81. – NoN GRAVI: non vi sia grave, molesto. 57. PERCH' 1o: se io. – M' INvEscHI = mi trattengo a ragionare. 58. colui: Pier delle Vigne, gran cancelliere di Federico II. Fu di Capua. Beno. Ramb. lo dice «nato da bassi genitori, da padre ignoto e da madre abbietta, quale la propria, e la vita del figlio sostenne nella miseria.» Vuolsi che suo padre fosse vignaiuolo. Altri lo dicono di non basso

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