Images de page
PDF

Sarà in vano all' ultimo aspettare. Tiburzio: L' ordin della natura, udite questo,

Non può un morto alla vita ridurre;

El gran filosofo ci sarà per testo;

La privazione ad abito condurre

Non può natura nè tardi nè presto,

Nè mai Iddio a tal caso soccorre;

Onde bisogna che crediate a noi,

Quantunque no, non si farà per voi. Un fedele, chiamato Fausto:

La fede è creder quel che l'uom non vede;

E 'l creder solo quel che dà natura

Senso si chiama, ma non pura fede.

Non può del Creator la creatura

Perchè e quando e come Iddio procede

Saper, perchè non v' entra coniettura. >

S'Aristotil no 'l crede, i' lo cred' io:

Se non lo fa natura, e'lo fa Dio.
Mi maraviglio di vostra nequizia ,

E'buon cristian tentando suvvertire ,

Mostrando pietà , aver malizia!

Queste son cose da non le patire,

Ma cercar di punir vostra tristizia,

E farvi coram populo ridire. Tiburzio e Cirillo gli vanno addosso, e azzuffami; e dice Tiburzio:

Tu ci di' villania, di ladro figlio!

Con le mie man ti caverò il ventriglio.

Partonsi, e Fausto col suo compagno ne va allo Imperadore, e dice:

Cristianissimo e pio Imperadore,
La verità partorisce nimici;
Difendendo la fede e 'l mio signore,
Stati battuti siàn; non come amici,
Tiburzio con Cirillo seduttore,
Di vizi e di tristizie assai felici,
Disputando la resurrezion de' morti,
A noi tuo servi ci han fatti gran torti.

Teodosio: Scalco, sta su, fa tosto ragunare
Chiunche a Costantinopol è sapiente;
F vo' far questa cosa disputare,

F vo', s'i' posso, quietar la mia mente.
Veggo la fè del mio Dio lacerare;
Non vo' co' tristi esser più paziente;
E voi, cari fratei, qui aspettate;
E con vostre ragion la dichiarate.

Scalco: Su, Teologi e Filosofi, alla corte,

Teodosio vi vuol un po' parlare,
E che meniate ogni uom di vostra sorte,
Perchè s' ha di gran cose a disputare.

Simplicio , teologo:

A' piacer vostri siamo in vita e 'n morte;
E' può di noi dispor quel che gli pare:
El disputar fu sempre l'arte nostra.
Andian, chè sua corona amor ci mostra.

Teodosio a' giunti:

La cagion ch' i' v' ho fatto ragunare

È ch' i' vo' intender vostra opinione ,

Se credete ch' abbiàn a suscitare;

Ciascun dimostri sua buona ragione.

F vo' questa resia oggi fermare. Simflicio: Sacra corona, il Filosofo pone

Ch' un cieco il lume riaver non possa:

Quanto più quei c' han perduto l' ossa! Fausto, fedele:

Sta saldo, chè tu parli scioccamente:

Aristotil non sa sopra natura,

Della possa di Dio non sa niente. Simplicio: Io ho di te forse una gran paura!

Iddio con la natura mai dissente.

Se Cristo trasse della sepoltura

Lazero morto, e quel rimesse in vita,

Non s'era carne dall'ossa partita.

Se san Pier suscitò un che dieci anni

Giaceva morto, e' v' eran salde V ossa;

Credete, Imperador, che questi panni

Conoscon ben quant' è di Dio la possa. Fausto: Se la conosci, perchè la condanni?

Pere' hai così la coscienzia grossa? Simplicio: Non sai che 'l poco per nulla si stima?

Se tu vuoi disputar, va, studia prima.

Signor, quando l' uom tira, e che sie solo,
Non si dè' troppo l'uom maravigliare;
Ma vedi, quanti dotti, e quanto stuolo
Di filosofi, che san sgrammaticare!
Ancor, se vuoi, farò presto, in un volo,
Altrettanti di noi multiplicare.

Lo 'mperadore:

Sie col malanno Dio dia a tutti quanti;
Levatevi di qui, presto davanti.

Partonsi tutti , Lui S' inginocchia, e dice a Dio cosi:

0 grande Iddio, per la tua gran potenzia
Resurger credo come tu surgesti,
Ma l'iniqua degli uomini scienzia
Deprava e' miracol che facesti.
Mostra, ti prego, vana lor sentenzia;
Pel sangue, Jesù mio, che tu spargesti,
Voglia, Signor, tanta resia spegnere,
E la tua fede e tua gente difendere.

Spogliasi la veste, e vestesi cilicio, e dice:

Non vo' più queste veste in dosso avere,
Ma di cilicio sien le veste mia:
Non vo' più nel real seggio sedere,
In terra vo' che la mia stanza sia:
Non vo' piacer nè sentir nè avere,
Le lacrime e' sospiri il piacer fia;
Fin che Jesù esaudisca mio cuore
Penitenzia vo' far di tanto errore.

Ora un Cittadino efesiano va al monte Celio, e dice ai Guardiani di bestie che suonin qualche cornamusa:

Dio vi guardi, vergai; u' son le vacche? El Pastore: 0 oste nostro, tu sia il ben venuto:

Elle son là dal poggio mezzo stracche

Per questo caldo, chè han tanto pasciuto.

Io ho di cacio già ben dieci sacche;

Ma m' è un caso strano intravenuto:

L'altrieri rovinò una capanna,

Non ne rimase in piè pure una spanna. El Cittadino: Ecco e' danari; i' voglio in questo die

Che tu la facci presto racconciare. El Pastore: Oste, i' la vo' far rimurar quie,

E' sassi della tana i' vo' cavare.

Che te ne pare?
L' Oste: A me ne par che sie.

Il Pastor disfà la buca murata de' Sette, e dice:

Veh! come egli è agevole a disfare!

Egli è cent' anni o più che la si fene. L' Oste: Egli è più di dugen cinquantatrene. El Pastor: I ' l' ho disfatta in men d'un quarto d' oncia.

Vatti con Dio, chè la sarà buon' opra. L'oste: Ma dimmi un po' : non ci bazzica il Boncia? El Pastor: Gli è faticante, e non è car, sozzopra.

Dammi cen' soldi, se già non ti sconcia;

Farò murar, e che presto se cuopra.
L' Oste: To' qui, fa' fatti. I ' vo' andar a Cafaggio.
El Pastor: Te porterò poi '1 tuo cacio di maggio.
Destonsi e'Sette Dormienti; Massimiano a' frategli dice:
Cari frategli il sonno ci ha gravati,

In questa notte non mi son ma' desto.

Or i' conosco che siàn tribolati,

E che Decio ci dè' cercar per resto. Malco: I ' vo' con questi panni, c' ho scambiati,

Andar per pane, e qui tornar pur presto,

E saperò se Decio è ritornato.

Fate orazion che torni in questo lato.

Vestesi una veste da mendico, ed esce della tana, maravigliasi de'sassi, ma va inverso la terra, e giunto alla porta, dice:

Sarei mai, meschin, fuor di me stesso?
r veggo qua la croce esser per tutto,
F sogno? Mai no, i'son pur desso.
O Dio ! d' onde procede tanto frutto?
Non riconosco questa porta; appresso
Qui era un lago, ed or ci vegg' asciutto;
Non ci conosco cosa che ci sia:
Ritornar voglio a' fratelli mia.

Ma i' vorrei pur prima comperare
E'pani c' ho promesso a'miei frategli.
Egli è qui un fornaio, i' voglio andare,
E comperarne, chè mi paion begli.
Accostasi. Dice un Uomo , come quel che aveva parlato con
dua suoi amici:

E in effetto, e' buon Cristian son quegli
Voi. ir. 32

Che la vita di Cristo usan servare,

Sempre far bene, e 'n vita patir male;

Cosi di questo mondo in ciel si sale. Dice Malco maravigliandosi:

Che vuol dir, cittadin, che ier nessuno

Ardire aveva di nominar Cristo? Un gli risponde:

Di Cristo ieri e l' altro parla ognuno. Malco: La città d' Efeso avete voi mai visto? Il Cittadino

Questa, nè mai ne dubitò niuno.

C'hai tu, che se' si sbigottito e tristo? Malco: Io non ho nulla: fatevi con Dio

In qual mondo i' mi sia, i' no '1 so io. Va al fornaio, e dice:

Dammi del pane, ed ecco qui danari. Un Fornaio a V altro:

Veh! che monete colui cava fuora!

Trovat' ha or d'imperador avari. Malco, sentendo costui dire: Imperador: pauroso di Decio, dice: Deh! non volete, fratei mia, ch' i' mora,

Deh ! non mi date a Decio, frate' cari;

Togliete il pane e le monete ancora. Coloro, vedendolo temere, lo pigliano

Tu ci dirai dove tu gli hai trovati,

D' onde gli hai tu, donde gli hai tu rubati. Tacendo, per paura, Malco, e non sapendo che si dire, coloro lo legono, e menonlo per la strada, e Un di loro dice: Se tu c'insegni, noi terrensegreto,

E lascierènti a tuo casa tornare.
Un , per la via, domanda quel che gli ha fatto:

dia fatto? perchè è cosi mal lieto? Un Fornaio gli mostra le monete, e dice:

Tesori antichi egli ha'vuto a trovare,

E non ci vuol dir dove, e stassi cheto;

Ma io gliene farò ben confessare.

Andate là; meniamolo al Prefetto:

Gli ha forse con cotesti altro difetto. Voltasi a Malco: Sicchè, tu non vuoi dir d'onde gli ha'avuti?

Per forza, a duo partiti lo dirai. Malco: Meschino a me! l'me gli ho posseduti;

Da casa di mio padre gli recai.

« PrécédentContinuer »