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Dormono tutti, Demo vincitore con spoglie e trombe ritorna, e posto in sedia dice:

La sapienza sta sopra le stelle,
La prudenza governa tutto il mondo;
Felice imprese sempre saran quelle
Che con prestezza faccia l'uom giocondo.
Avete visto, gente forte e belle,
Che gli avversari nostri son al fondo?
Perciò che lo 'mpossibile ogni uom vuole,
Chi bene sta, del suo stato si duole.

Che mancav'egli a' ricchi Alessandrini?
Che 'ngiuria han ricevuta da' Romani?
Or vadin mo straziati pe'confini:
E'ior consigli già non furno sani.
Esemplo piglieran gli altri vicini.
Però vogli' onorar gli Dei soprani,
Ed ammazzar chi non adora quegli;
Onde chiamate que' sette frategli.

Uno gli accusa che e' si son fuggiti, e dice:

Invittissimo e magno Imperadore,
Perchè son lor vicino, ho visto appunto
Quel che gli han fatto mentre fusti fore:
Tutta la roba lor egli han consunto
Per Cristo, poi nascosti per timore.

Decio risponde:

Egli hanno al lor peccato pena aggiunto:
Mandate per lor padre, e presto venga;
Ch' al tutto vo' che tal error si spenga.

Un Valletto va a lor madre, e dice:

Venite tosto e presto ora al palazzo:

Decio vi vuol: Che state voi a fare?
La Madre: Oh sciagurat' a me!
El Valletto: Guarda sollazzo!

Credete eh' ei vi voglia manicare?
El Padre: Io son pel gran dolor già mezzo pazzo!

0 Checca mia, e' ci vorrà guastare.

Di' 'l ver, se ti domanda de' figliuoli. La Checca: F dirò ch' e' mi son angoscie e duoli.

Giunti, Decio dice:

Quel ch' è de'figliuol vostri presto dite,

Se non ch' i' vi farò tristi e dolenti. El Padre: Tutta le robe loro egli han partite,

Mentre che noi di casa fummo assenti,

A' poveri, ed è il vero quel che udite;

Si son nascosti poi immantinenti

Nel monte Celio, in una tana grande,

E stansi là con lor triste vivande.
Decio: Andate via, perchè mi basta questo:

Quella morte c' han cerco, quella aranno.

Egli han fatto un sapor ch' è sanza agresto;

Di fame nella tana si morranno.

Va tu col cavalier, su presto , presto;

Nella gabbia gabbati resteranno;

Va via; e tura quella bocca forte:

Questa è delle crudel la cruda morte. El Cavaliere a' Birri:

Su, Birri, chi vuol esser manovale?

Va qua, tu piglia su questa barella. Un Birro, chiamato Cicogna dice:

Or to' se questa cosa è naturale! El Cavalier risponde:

Pon giù, scempiato, cotesta rotella,

Scigniti presto cotesto pugnale;

E tu dà qua: ti serbi la scarsella?

Or arrecate calcina e mattoni.
Un Birro: Potta di Decio, e' mi crepan gli arnioni.

Mentre che murano, dice el Cavaliere:

Ahi, Cicogna, sa' tu far l'agresto?

Tu saperresti tener la cazzuola. Cicogna birro:

Io saperrei acconciar un capresto,

E saperrèti impiccar per la gola. El Cavaliere:

Un caca sangue che ti venga, e presto.

Tu rubasti ieri un carlin al Nocciuola;

E credo ben che ci capiterai,

E la benedizione co' piè darai. .

Turata la buca si partono, allora viene dua cristiani, TeoDoro e Ruffino, e, abbracciandosi insieme, Teodoro dice: 0 dolce fratel mio, hai tu sentito

Vol. il. 31

Quel c' ha commesso il crudo Imperadore?
Malco co'suoi fratei s' era fuggito,
E nascosto colà, pel gran timore;
Gli ha fatto riturar la bocca e 'l sito:
Di fame si morranno e di dolore:
La morte ho scritto, e vola qui lasciare:
Potransi un di forse l'ossa trovare.
Ruffino risponde:

Dolent' a me ! che per fuggir la morte,
La morte egli han trovato tanto dura!
0 buon Gesù, perchè sì cruda sorte
Hai dato a chi ti serve con paura?
0 Signor di pietade, apri le porte,
Che 'l conservarci ci porge natura.
O caro Teodoro, hai fatto bene:
Partiàmci, chè star qui mi dà gran pene.

Partonsi; el Cavaliere , ritornato, dice:

Maiestà degna, io ho fatto il bisogno:
Non hai nessun che si ben t'ubbidisca;
Che n' eschin mai non ci pensar un sogno;
Bisogna che per fame ognun perisca.

Decio: Quest'è quel ch' io nella mia vita agogno,
Ch' ogni cristian per me vita finisca;
Non è dover, ch' essendo Imperadore,
Il nome mio sopporti disonore.

E' non par giusto, cari miei baroni,
Ch' e' nostri antichi in questo abbin tirato
Cotanto tempo, ed in tante stagioni;
Se fussi inganno omai l'arem trovato;
E quel che più mi dan vere ragioni
Si è lo 'mpero che quei ci hanno dato:
Da che 'l mondo questo Cristo noma,
Lo stato suo diminuisce Roma.

E poi che cos' è egli un uom ch' è morto
Straziato da' Giudei, prender in Dio?
0 cristian, voi avete pure il torto.
S'i'vivo, il dirizarl'è il parer mio:
E ch' i' lo possi far, i' mi conforto ,
Perchè verso gli Dei son molto pio.
Mantenghimi pur Giove in vita e stato,
Ch' al tutto de' cristian l' ho vendicato.

Un Capitano di Tarteria parla con altri Capitani, e dice:
Sia la città chiamata titulo Tarteria:

Compagni, uscir pel mondo ci bisogna,
Assassinar e rubar l'altre genti;
L'animo mio sangue e roba agogna
Predar, e sacheggiar, e per nienti
Non istar più ch' e' ci sare' vergogna:
La fame del predar m'assalta e' denti.
Uscian omai de' nostri luoghi strani,
E distendianci un po' in quel de' Romani.

Un Altro: Questo mi piace, e sonti certo stiavo:
Facciam che '1 nome nostro senta il mondo.
Non è nessun di noi che non sie bravo,
E abbastanza a dar ognun al fondo.
Volentier il far mal, signor, cercavo,
Volentier la mia spada meno a tondo.
Contr' a' Roman si vuol presto n' andiamo;
Su , tutti e' lor paesi saccheggiamo.

Corron con furia, e spoglion e rubon gente sottoposta a' Romani; dua scampano, uno 'va a trovar Decio, V altro a Roma. Uno Preso dice:

Noi siam suggetti all' imperio romano,
O gente tartara, Roma ci difende.

Il Tartaro: Però ti vo' impiccar com' un marrano,
E vo' veder se Roma ti difende.

Il Preso: Oimè meschin! ch'i'sie venuto in mano
Di chi mai per pietà suo cuor arrende?
Perdonami ,la vita, al men che sia.

R Tartaro: Cotest' è quel di ch' io fo carestia.

Tornano inverso Baccarra con preda e prigioni.

Uno giunto a Decio dice:

Pace ti doni Giove e '1 forte Marte;
Dio ti conservi, o magno Imperadore;
Di Dacia, di Sarmazia e delle parte
Di Tarteria ne vengo per tuo amore,
Acciocchè intenda come, per disfarte,
Ne vien la Tarteria con gran furore;
E ruban e saccheggian tuo paesi:
Scampai solo io tra gli altri che son presi.

Decio: O ria Fortuna, quanto se' voltante!

Quanto se' tu de' nostri beni avara 1

Che m' hai tu fatto? chi sarèbastante

A sostener cotanta doglia amara'?

0 Cesar, figliuol mio , quand' ero avante

All' idolo di Marte, quanto cara

M' era la pronta voglia degli Dei

Quali mi fanno dir or forte: ohmei!

Un Corriero gli porta una lettera del medesimo tenore, dal
Senato , e dice:

Sacra Corona, dal Senato romano
Mandato son, ed ho portato questa.
Sappi che Roma per tal caso strano
Turbata e scompigliata forte resta.
Corso son sempre per monte e per piano,
Riposo alcun non ha avuto mia testa,
Acciocchè tua corona presto il sapessi,
E che presto tal fuoco tu spegnessi.

Letta la lettera, lo Imperadore dice:

Quest' è quel che speravo da te, Giove?
Giove, e tu, Marte, quest' aspettavo io?
Dopo ch'i' ho cotante strane nuove,
E che 'l Senato chiama, figliuol mio,
Sta su; piglia 'l baston, e con tue pruove
Presto solderai gente, c' ho disio
Con centomila in arme entrar in guerra,
E 'n Tarteria gittar vo' giù ogni terra.

Cesare al Padre:

Padre e signor, ad ogni tuo volere
In pace, in guerra sempre sarò teco.
Banditor, per la terra fai sapere
A' Persi, a' Medi, al Parto ed ognun Greco
Ch' io soldo gente, e ch' i' vo' presto avere
Centomila soldati in arme meco,
Ch' io do sei paghe, quattro di danari,
E l ' altre d' arme, veste e buon ripari.

Banditore: Fassi pubblicamente dichiarare,
Per parte dell' eccelso Imperadore,
Come vuol tosto gente assai soldare,
Innanzi sien sonate le vent' ore;
Centomila soldati vuol pagare
D'ogni nazione, o mezzano, o maggiore,
Quattro paghe a danar, do' in panni e drappi:

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