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Che siamo in punto alla sua voluntade.

Siniscalco alV Imperadore:

L'idoli, e' templi e le vittime in punto,

Sacra corona, son al tuo comando. Decio: l'ho molto car che Giove sie congiunto:

Fa tosto pubblicar l' usato bando. Siniscalco: Su, banditor, to'qui el libro bisunto,

Va per la terra, questo pubblicando. Banditore: Prestatemi gli occhiali ed una tromba,

La mia m'aspetta alla taverna e bomba.

Suona e bandisce:

Lo invittissimo e magno Imperadore
Fa ad ogni uomo espresso comandare,
C ognun vadia adesso a far onore
Agl'idoli, ed a que'sacrificare;
E per cagion di tór via ogni errore
Espressamente fa notificare,
Chiunque gli ara de' cristian' insegnati
Per premio arà da lui mille ducati.

Malco a'frategli:

Avete, inteso, fratei mia diletti?
Direte il parer vostro: che s'ha fare?

Shrapion, uno di loro:

Securo mi parrebbe che s' aspetti,
E se ci vuol, che ci mandi a chiamare.

Costantino, un altro:

Quest' è buon modo; e che nessun si getti:
Starènci in casa attendendo a orare.
Se poi cadrà che gli siam accusati;
Risponderem quando sarem chiamati.

Inginocchiansi, e tutti insieme cantono questi versi pietosamente:

Dolce Jesù, sicurtà degli afflitti,
Riguarda noi con quel pietoso volto
Col qual cancelli all' uom e' suo delitti;
Jesù, risguarda el cuor nostro rinvolto
In grav'affanni, e da ognun derelitti;
Contro di noi el gran nimico è sciolto:
Però, dolce Jesù, dacci fortezza
Per superar questa grave durezza.

Decio imperadore:

Gli è tempo omai andar a'magni Dei,
A render loro e' degni sacrificii.
Venite meco tutti, baron miei, ~
Rendiam lor grazie de' gran beneficii.
Non siàn ingrati com'è' cristian rei,
E'quali i' punirò de' maleficii;
E, perchè pigli ognun dal rege esemplo,
Suonin le trombe infin giugnam al tempio.

Giunto, un Sacerdote gli si fa incontro, e dagli Vincenso
e dice: Ben venga quel eh' e' sommi Dei onora,
Ben venga quel che fa tremar il mondo,
Ben venga quel ch'e'sommi Dei ristora,
Ben venga quel che Cristo manda al fondo.

Decio: Sacrificate a Dio senza dimora,

C oggi per lui la spada mando a tondo;
Fatemi Marte sia presto propizio;
Per lui do a' cristian crudel supplizio.

E' Sacerdoti cantono, di poi ammazzano un agnello agl'idi) li; e, sagriflcato, una Spia dice a Decio:

Per ubbidir, Signor, alla tua voglia
Sforzalo son mostrarti de'cristiani,
Che ti stimon si come il vento foglia,
E son sette frategli Efesiani.

Decio a' circunstanti:

Fate che innanzi ch' i' salga la soglia
Del palazzo, che gli abbi nelle mani.

El Cavalier s' avvia co' Birri, e Chi gli accusa dice:
Vègli colà, che stanno in ginocchione.

El Cavalier corre, e pigliagli:

Su, su, a Decio; non più orazione.

Giunti, Decio dice:

Adunque, siete voi disubbidienti
Alla corona mia ed agli Dei?
Siete ingannati, e parete eccellenti,
D' adorare altri che gl' idoli miei.
P vo' che m'ubbidiate, o altrimenti
Vi farò dir a tutti quanti: omei!
Portate qua la statua di Marte.

Massimiano: Tu t' affatichi invano in questa parte.

Noi fummo un tempo ancor noi idolatri,
E adoramo i nefandi demoni.
Decio, pon mente che siam sette fratri,
Che rimutamo nostre opinioni,
Perocchè errorno forte i nostri patri;
Or, se tu vuoi, direnti le ragioni:
Vogliamo star a petto de'tuoi savi,
E mostrar loro ch'e'son stolti e pravi.

Decio: El disputar sarà con ferro e fuoco:

Gli stolti e' pravi sì sarete voi,
Chè 'l vero Dio si è Giove: non è poco
L'aver donat'il mondo a'Roman suoi,
E quel averci tolto a poco a poco
Da po' mancamo nella fede noi?
Che la fede di Giove sia verissima
Lo mostra che di tutte è antichissima.

ln questo viene un cavallaro, e porta una lettera del pre-
fetto d' Alessandria, nella quale si contenea come Ales-
sandria s' è ribellata, e tutto il popolo è in arme, e che
lui è nella rócca serrato, e, se aiuto non viene, sarà
sforzato di darsi. El Cavallaro dice il tenor della lettera:
Alessandria, Signor, s'è ribellata,
Il consol nella rócca s'è fuggito;
Ma se quella non fie presto aiutata,
Bisognerà pigliar altro partito:
La notte e 'l giorno quella è bombardata
In modo che ognun s' è sbigottito.
Se 'n capo di tre giorni non s' aiuta,
Fa conto, Decio, d'averla perduta.

Decio letta la lettera, e udito costui dice:

V mi sapevo che la ria fortuna
Cercat' aveva di perseguitarmi:
Durabil troppo non ci è cosa alcuna,
El grand' istato una miseria parmi;
E le fortune, non ad una ad una,
Ma a montate vengono a disfarmi.
Orsù, mettisi in punto la mia gente
La qual ne venga drieto immantinente.

E voi, in questo tempo che sto fuora,
Costretto son a camparvi la vita,
Ma presto tornerò senza dimora:

Fate si sia vostra fede partita:
Quanto che no, i'vi so dir ch' allora
La crudeltà pel mondo fia sentita.

Voltasi a' soldati:

Su, su, soldati, a levar via l'assedio:
E'nimici da noi non han rimedio.

Partesi con Vesercito, e Massimiano, primo fratello, dice agli altri:

Nel pigliar de' partiti sempre ho inteso ,
Fratei, che si conosce la fortezza:
Abbiàn la spada per la punta preso ,
Da ogni banda mostra sua asprezza.
Decio contra di noi forte è acceso;
E della morte noi n' abbiàn certezza:
Però bisogna a noi pigliarci modo,
E se fuggir volete ancor la lodo.

Costantino, un sette:

Dapoi che Dio ci ha posto questo indugio,
l'loderei che noi ci nascondessimo:
Parmi che questo sia salvo refugio,
E che per Dio la nostra roba dessimo,
Sì tosto temo della morte el rugio;
Per Jesù vo' morir, ma se potessimo,
Con volontà di Dio, campar la vita,
Tropp' acerba mi par questa partita.

Giovanni, fratello:

Io credo , Costantin, che lo indugiare
Potrassi ben, ma lo scamparla mai,
Po' che non c' è se non si contentare,
E tu e tu contento resterai.

Marco, secondo fratello:

V ne vo' far, fratei, quel che vi pare.

Giovanni: E tu, Serapion, che ne dirai?

Serapione, fratello:

Noi sian contenti tutti ci fuggiamo,
E che la roba nostra per Dio diamo.

Vanno a casa, e spogliano ogni cosa, e danno per Dio; in tanto una Povera dice:

Scata conocchia, marito mio,
Sette pennecchi mi pose a rocca,
Chè n' ho sei e questo.

Gli altri Poveri cantono cosi:

La più bella arte che sia

Si è la gaglioll'eria,

E lo 'nverno stare al sole,

E la state all'ombria,

E tener la frasca in mano

E la mosca cacciar via,

E mangiar la carne grassa,

E la magra gittar via. Primo Povero dice a que'frategli:

Deh! per amor de' mie denti e parenti,

Dà una scodella di lasagne a mene. Secondo Povero:

Deh ! gentil uomo, che Dio ti contenti,

Che benedetto sia chi ti fene.
LA Povera: Fvo'godere: chi vuol stentar, stenti.

Marito, non me 'l tdr, che guai a tene.
Malco dice: Pregate Dio per noi.
La Povera: Noi pregheren bene,

Ed alle donne sante nelle rene.

Dato per Dio, escon fuori dalla terra, e Malco dice:

Io so qua in questi monti una gran tana
E dentro uno star v' è molto sicuro;
È dalla strada ancor assai lontana,
Con boschi intorno, un loco molto oscuro,
Dove natura ha fatto una fontana;
Ed a' bisogni nostri io procuro
Con questa vesta e con questi danari:
Muterò guisa infin che Dio ripari.

Entrano dentro, e Massimiano dice:

Non so se sie il dolor o la stracchezza,
0 la paura o mia alma languente,
Non posso starmi in piè per debolezza,
E di dormire l'anima acconsente.
Dormir, fratei, per passar nostra asprezza:
Darà riposo il sonno a nostra mente;
Po' domattina, Malco, tu anderai
Per pane, e se fie nulla intenderai.

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