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Come dicesti, per torgli la vita;' Venne costei e con lagrime forte Col suo parlar impedi nostra gita: Credo stoltizia la mena alla morte , Ch' al tutto vuol del mondo far partita; Di costui dice ingiusta esser la morte, E debbe morir lei per giusta sorte. Quintiano: Che di'tu, Teodora, che si stolta Sei, che vuoi patir morte tanto dura?

Santa Teodora:

Consolo, alquanto mie parole ascolta:
Costui patir non dee la morte oscura
Per aver me del loco brutto tolta
Dove verginità non sta sicura;
F son quell ' io che t' ho dispregiato ,
Occidi me, e lui sie liberato.

Quintiano: Eurialo, di' le ragion tue

E contra lei difendi la tuo parte:
A chi debbo dar morte di voi due?

Eurialo: F debbo morir, io che mostrai V arte
Di fuggir di quel loco: il primo fue ,
Nè qui bisogna dispute nè carte;
Dunque merito morte e vo'morire,
E prego questo non vogli impedire.

Quintiano: Se voi volete adorar lo dio Giove
Fvoglio l'uno e l'altro liberare,
E 'nanzi che di qui andiate altrove
F vi farò V un e 1' altro sposare;
Po' che tant' amicizia in voi due piove
Del mio ti vo', Teodora, dotare;
Or rispondete se questo vi piace,
Acciò viviate lungo tempo in pace.

Eurialo: Se macular volessi il corpo mio
F non arci liberata costei,
Nè cavata del luogo iniquo e rio,
Nè mai gl' idoli tua adorerei,
Perchè voglio adorar sol il mio Dio
Dal qual già mai separarmi potrei;
Fa' quel che vuoi, non perder le parole,
Chè 'l mio cuor altro che Jesù non vuole.

Santa Teodora:

Tu sai ch' io non vo'teco pace o tregua

E più di questo non ne star in forse;
Mio cuor da te quanto può si dilegua;
Il creder tuo come poco transcorse
A creder- che tuo voglie triste i' segua,
E quanto poco stabile mi scorse!
Non vo marito, nè Giove adorare;
Sì che di me fa or quel che ti pare.
Quintiano: O sangue maladetto e ostinato,

Crudele, ingrata, e d' ogni gran mal degno!
Fate ciascun sie qui presto legato,
Tormentategli in modo che '1 mio sdegno
Delle lor pene e duol resti saziato;
Costor non mostron di paura segno:
Levategli dinanzi al mio cospetto,
Andate presto a far quel che v' ho detto.

Legati Santa Teodora e Eurialo dicono cantando mentre vanno insieme:

Benedetto sie tu, Jesù clemente;
Riguarda e' servi tua ch' a morir vanno
Con lieto cuor e con allegra mente,

Pel santo nome tuo, poi che vinto hanno
Il tiranno crudel, e te seguendo ,
Rott' hanno il laccio dell' eterno danno.

A te torniamo con pace ridendo,
E ne' martiri e ne' dolor amari
Godiam, di speme il nostro cuor pascendo.

Sono stati i trionfi nostri pari,
E l'uno e l' altro ha vinto il fier giudizio:
Per tuo amor e' tormenti ci son cari.
- Jesù , accetta il nostro sacrifizio.

Vanno dentro e sono ammazzati, e doppo gettati sul fuoco; e poi vien fuora Colui che fece V argomento e dice:

Gloriose, felice e beat' alme,
Che col sangue versato al ciel portate
Vostre vittrice e trionfante palme!

Non fumo per la morte spaventate,
Anzi pareva fanessino a gara
Chi avessi in pria le spade insanguinate.

Quanto fu a vederli cosa rara!
Teodora Eurialo ringrazia

Clio non gli è per Jesù la vita cara:

Poi salutollo con pietosa grazia,
E inginocchiata pose il collo abbasso
E fe' la terra del suo sangue sazia.

Are' mosso a pietà un duro sasso
Vedendo la beltà sua cader morta;
Movette allora il giovane il suo passo

E disse: aspetta me, dolce mie scorta,
Chè come insieme vinto abbiam la guerra,
Cosi insieme entriam del ciel la porta.

E poste poi le suo ginocchia in terra,
Senza di morte aver alcun timore,
Sotto il ferro crudel suoi occhi serra.

Cosi fu Y uno e l' altro vincitore,
E insieme sabi no a l' alto polo
Dove si gode il sempiterno amore.

Cerchiamo adunque noi questo ben solo , Abbandoniam la strada e 'l cammin torto, Leviamo inverso il ciel la mente a volo.

Questo mortal viaggio è tanto corto
Che in poco tempo vecchi diventiamo ,
E oggi l' uomo è vivo e doman morto.

Noi, giovanetto, grazie vi rendiamo
Di vostra grata e quieta audienzia:
De' nostri error perdono vi chiediamo;

Andate in pace, e pigliate licenzia.

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RAPPRESENTAZIONE

DEI

SETTE DORMIENTI.

La più antica edizione è cosi registrata dal Batines. Il HI., pag. 6l:

La Rapresentatione de sette Dormienti; Di nuovo mandata in Luce. In Firenze l'Anno MDLIII del mese di maggio. In-4° di 12 c. con 14 fig.

Indi son notate le due seguenti:

In Fiorenza a stanza di Jacopo Ch'iti, 1571. In-4° di 12 c. con 16 fig.

in Pistoia, per il Fortunati, s. a. In-4°. Catai. Pinelli, n° 2577. Questa Rappresentazione si trova anche nella Appendice alla Storia

del Teatro italiano di l*. Emiliani Giudici, pag. -119, Milano. Guigoni, 1860: e noi pure abbiamo stimato bene di riprodurla, sebbene le edizioni di cui dobbiam necessariamente valerci sieno assai scorrette; al che abbiamo qualche volta rimediato ritoccando i versi troppo lunghi o troppo corti, dove ciò poteva farsi senza soverchio arbitrio.

La leggenda dei Sette Dormienti viene dall'Oriente; e la più antica menzione se ne trova in una Omelia di Giovanni arcivescovo di Sarug in Mesopotamia nel VI sec. (asse maN ni, Bibl. orient., I. 283). Di poi si trova anche in altri autori orientali, siriaci o greci: e Dionigi di Antiochia la scrisse in siriaco innanzi il IX sec., e in cotesto secolo la scrissero in greco Fozio e Metafraste: nel X, Eutichio la inserì nei suoi Annali: ed è contenuta anche nei libri dei Maroniti e io quelli dei cristiani di Etiopia (douhet. Dict. des lègendes, col. 1140).

La leggenda fu ed è tuttavia notissima per tutto l'Oriente (cf. HehBelot, Bibl. orient., 139) specialmente per la menzione che se ne fa nel cap. XVIII del Corano, intitolato appunto la Spelonca. Ivi la leggenda vien raccontata come fatto storico, e al miracolo principale altri se ne aggiungono di minor conto: che, cioè, il sole quando si levava passava alla dritta dell'entrata della caverna, e quando tramontava, a sinistra, perchè ì suoi raggi non vi penetrassero: che Dio spesso voltava i corpi dei Dormienti su un lato e sull'altro, affinchè non sì corrompessero. Ai Sette Dormienti, Maometto dà per compagno un cane > che stava sdraiato, colle zampe stese al limitare della caverna. • Alcuni commentatori sostengono che a questo cane spetti il nome di Al-Rakiin che trovasi nel verso 8° di questo capitolo: ma il Pihan (Étud. sur la lég. des sept Dorai., 1857) dice che i Musulmani danno a questo cono il nome di Qit'myr, Ketmir o Qot'mour. Secondo il Corano i Sette Dormienti stettero nella caverna 509 anni, mentre il VakaGine, rifiutata l'opinione che li farebbe dormire 372 anni, afferma che il vero computo è di 190 anni.

I Persiani, osserva il Rewaud {Monum. du cabinet du Due de Blacas , I, 184; II, 59). celebrano tutti gli anni la festa doi Sette Dormienti, e i loro nomi sono divenuti possenti talismani, con i quali si crede potersi difendere dai colpi della fortuna. Neanch'essi hanno dimenticato il cane, e per ricompensarne lo zelo, gli è stato confidato, insieme con Khe'der e Ali, la cura delle lettere missive e delle corrispondenze; gli è stata pur anco concessa l'entrata in Paradiso insieme col montone sacrificato da Abramo in luogo del figlio, con l'asina di Balaam, con quella su cui Gesù entrò in Gerusalemme la domenica delle palme, nonché colla giumenta sulla quale Maometto salì miracolosamente al cielo.

II Pihan aggiunge che gli Arabi, i Persiani e i Turchi scrivono ordinariamente il nome di Qit'myr presso il sigillo delle loro lettere, affine di porlo sotto la protezione di un si fedel guardiano. Il cane dei Sette Dormienti è rammentato anche dal persiano Gulistan nel Giardino delle Rote (vedi in Mille et un jours, ed. Aimé-Martin. Paris, 1840, pag. 587; e trad. Defrémery , Paris , Didot, 1858 , pag. 34), e gli uomini della caverna sono ricordati dall'arabo Masudi (Les prairies d'or, trad. par Barbier, etc., II, 325).

Nel Journal Asiatique del febbraio 1841, si illustra una iscrizione araba relativa ai Sette Dormienti che trovavasi nella gran Moschea d'Algeri.

È da osservare poi come altre consimili narrazioni favolose si trovino nei libri o nelle tradizioni dell'Oriente. Nel Corano, II, 261 , è parlato di un uomo, nel quale i commentatori riconoscono Ezra, che Dio fece dormire 100 anni e che allo svegliarsi credeva di aver dormito un giorno. Notisi che dormire e morire, risvegliarsi e resuscitare si esprimono in arabo collo stesso vocabolo; onde le diverse interpretazioni e traduzioni di questo passo. Aggiungasi la tradizione sul profeta Sàiih che dormi 20 anni in una spelonca. (wril. Bibl. legend. des Musulm., 54.)

Anche nella tradizione ebraica si trova fatto cenno di questi sonni meravigliosi. Vedi nel Talmud gerosolimitano, tratt. Taànit., c. 3 e nel Babilonese, Taanit, 23. il racconto di Choni Hamma'agel che dormi 70 anni in una spelonca, durante gli anni della distruzione del tempio. Questa leggenda, alquanto amplificata, si trova in Livi, Parabole, leggende e pensieri raccolti da'libri talmudici, Firenze, pag. 270; e nei Sippurim di Wiener, Praga, 1848, pag. 145.

Vol. II. 30

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