Images de page
PDF

In un altro luogo1 notai già che questa parabola occorre anche nel Mahàbhàrata; nel quale vi sono altri racconti e novelline del Pancatantra (Benfey, op. cit.. 1, 92).

Il Ben fey ritiene inoltre (loc. cit., II, 543; dove rimanda agli Avadin , I, 68-70; cioè a quello intitolato Le laboreur et le perroquet) che la parabola dell'uccello e de'tre suoi precetti (Pane, I, 380), che è nel capo decimo del Bariamo sia di origine indica e buddiana. Ma prima di giungere alla forma sotto la quale ce la dà il greco, debbe essersi rimutata di molto. (Benfey, op. cit., e aggiungi Gòdeke , Mittelalter, pag. 640, 650, n° 167.) A fonte buddiano accenna la parabola dell* uomo e de' tre amici1 che

» malheureux. Le condanni^ ayant oblenu cette goutte delicieuse, ne songea plus » qu'au miei; il oublia Ics affreux dangers qui le menacaient de toutes parts, et il » n'eut plus envie de sortir de son puits.

» Le saint homme (le Bouddha), paisa da ns cet éVénement diverses com» paraisons. La prison figure les trois mondes; le prisonnier, la multitude des » hommes; PéMephant furieux, la mort; le puits, la demeure des morte!*; le » dragon venimeux qui était au fonds du puits, figure l'enfer; les qua tre ser•* pents venimeux, les quatre grandes choses (la terre, l'eau, le feu et le vent); » la racine de la piante, la tacine de la vie de l'homme ; les rats bla nes, le soleil * et la lune qui devorent par dégrès la vie de l'homme, qui la minent et la dimi» nuent chaque jour sans s'arrèter un seul instant. La foule des hommes s'attache » avidement aux joies du siede, et ne songe point aux grands malbeurs qui en » sont la suite. C'est pourquoi les religieux doivent avoir sans cesse la mort de» vant les yeux, afin d'échapper à une multitude de souffrances. *

1 [Cioè nello stesso giornale in un breve articolo Zur Geschickte derromantischen Poesie (II, 121-138). Il L. cita il Kaltlah va Dimnah, e il Dunlop (nota 72) e le Deutsche Sagen del Grimm (n° 216) e un luogo del Mahdbhdrata. Dagli Indiani la tradizione passò agli Arabi. La darò qui secondo le parole dell' anonimo traduttore del Governo dei regni:

» L'uomo è simile a colui che fuggito di paura da un Gero unicorno e abbattutosi ad un pozzo, che alla bocca avea un arbore alto, e salitovi su , si appiccò con le braccia a due rami di esso e i pie fermò sopra uu altro. Vi erano sopra l'albero quattro serpenti, i quali posero il capo fuori di certi buchi: e chinati gli occhi, vide di sotto un dracone che avea aperta la bocca: vide anco due sorci, 1' un bianco e 1* altro negro, che del continuo rodeano le radici dell* albero. Il che veduto, e posto in dubbio della vita, cercava fra se come potesse fuggire da questo periglio. Mirando all' insù vide correre mele dalla cima: e gustatone, si addolcì, si che si scordò della salute sua e dei quattro serpi e de* due topi che rodeano le radiche, le quali subito che fossero recise, sarebbe caduto in bocca a quel dracone ; ma tutto rivolto alla dolcezza dì quel mele si perde. «

L'arabo leggesi a pag. 75 della edizione del Sacy : il greco nell* Orient wid Occidente II, pag. 713.

La storia di Jaratkdru è nel Mahdbhdrata, libro I, v. 1025 seg.l

2 Vedi Dunlop, nota 74. Confronta ancora una Memoria {Germania di v. d. Hagen., 10, 56) sopra il dramma morale Everyman, ossia Hecastus che tratta uguale tema. L'autore della Memoria crede, per errore, che lo inventasse V inglese.

è nel Bariamo (cap. XIII, pag. 114). Che non la ignorassero gli arabi lo dice ìl'Hammer nel fìo&enòl; nel quale, e proprio nel racconto detto Suleiman (I, 147) è introdotto questo apologo:

« Un uomo aveva una bella moglie, un bel giardino ed un bel libro. > Un dì si godeva nel giardino, il secondo si divertiva col libro, il terzo colle » carezze alla moglie. Giunto a morte egli parlò al giardino : — Ti adaquai > ed ebbi ogni cura di te; che posso io aspettarmi da te, oggi che io me » ne vo di quaggiù? — Suonò una voce dal giardino : — Piedi da seguitarti

* non ho. Se parti, un altro verrà a possedermi. —

» Disperato il padrone del giardino ne usci e andò neU* a rem me e » disse alla bella sua moglie: — Per te ho speso la somma del mio amore » e della vita, per te ho molto sofferto: oggi io ravvolgo il mio fardello e » me ne parto. Che farai tu per me? —

» Volentieri ti servirò, tanto che tu vivi; morto, ti piangerò e gemerò

• e ti accompagnerò, quando ti portano, fino al tumulo. Quando vi ti ab» biamo calato giù, io non posso tenerti dietro, ma di nuovo piangerò e » gemerò, finché scorra il tempo del lutto e della vedovanza. —

» Disperato, il marito le voltò le spalle: usci dall' aremme, entrò » nello studiolo e disse al libro: — Libro, diletto libro, fedele compagno » della solitudine, provato amico nella sciagura, oggi io mi divido dalia » terra; ti dividerai tu pure da me? —

» Io ti accompagnerò nelle esequie, rispose il libro, sarò il tuo coni fidente nel sepolcro, tuo aiuto nel giorno del giudizio. >

Chi paragoni la novellina birmana, venuta dal buddianesimo anch'essa, che ho data altrove1 vedrà che i tre amanti rispondono agli amici del greco, alla donna al giardino al libro dell'arabo, vedrà, in tutti i tre racconti, punto cardinale l'amore fedele fino alla morte. (Benfey, Pantsch., I, 489-493.)

Di altre similitudini del nostro romanzo non è dato (In ora mostrarne la derivazione da opere buddiane; ma probabilmente accenna all'India la parabola sulla forza dell'amore che la natura pose per le donne in petto

1 [Nell'articolo citato più sopra (Jahrbuch, II, 123). La novellina è tolta al Winter (sìjc montìis in Britisk Burmah, Lond., 1858). Eccola in breve: m C'erano quattro amici; uno aveva una fanciulla, un figliuolo per ciascuno gli altri tre. I giovanetti le mandarono messi che se ella morisse innanzi a' quindici anni, l' uno ne farebbe le esequie, l'altro raccoglierebbe le ceneri, il terzo veglerebbe sulla sua tomba. Muore: ed essi compiono la promessa. Mentre l'ultimo siede presso al sepolcro, un mago gli torna in vita l'amante. Tutti e tre se la disputano. Ma, chiamata a giudice una principessa, decise che i due primi, forniti i funerali, raccolta la cenere, se n' erano andati: e l' altro stava a guardia nel cimitero, atto che degrada fino alla settima generazione; che dunque a lui toccava la donna, risorta mentre egli era ancora occupato di lei. »

agli uomini (Bari., cap. XXIX); [testo, pag. 268]; parabola che ricorre anche nel Boccacci. [Giorn. 4", introd.]1

La parabola del re saggio e prudente (cap. XIV), [testo, pag. 118] narrasi anche dagli Arabi; da' quali forse passò nel Conde Locanor:*ed è probabile che si trovi in qualche racconto dell'Asia, come l'altra del favorito che sfugge alle trame del rivale per lo consiglio d'uno schiavo (cap. IV), [testo , pag. 21], che per ora non s'incontra che nel Conde Lucanor (cap. XXIII).

Ad ogni modo noi abbiamo, abbastanza parmi, riconosciuto che il Bariamo riposa sopra fondamenti buddiani; che la storia di Giosafatte è una pittura alla cristiana, ma esatta, della vita e della conversione spirituale del Buddha. Dire più precisamente quali fossero quelle fonti sarà difficile; ma se non furono o il Latilavistàra o il Multavamo, debbono essere molto affini a codeste e più alla prima. Cosi è interessante che l'Europa, da molti secoli, e ignorandolo, avesse sotto altro nome la biografia del Buddha, come gli originali, da poco scoperti, dimostrano.

Citerò ancora che naturalmente molte cose vi sono nel romanzo che mancano alla Vita; e viceversa. Il Buddha ba moglie, ma non l'ha Giosafatte, il quale forse dehbe apparire per ciò in grado più alto di santità; ma anche il Buddha lasciò la donna e i suoi, quando si rivolse alla vita solitaria. Nulla troviamo nella vita dell'indiano che risponda a Bariamo; ma non è difficile darsene spiegazione: il Buddha nou poteva che colle proprie meditazioni conoscere la vanità della religione nella quale era nato, la necessità di farsi fondatore di un'altra: Giosafatte invece non poteva imitarlo che nella prima parte del suo sviluppo religioso, in quella negativa: ma i dommi cristiani doveva riceverli da altri. Che se piccole e facilmente spiegabili sono le differenze tra la vita del cristiano e quella del suo prototipo, progredendo negli studi sul buddianesimo ne usciranno nuove e nascoste attinenze; che forse è anche ora possibile a'dotti che meglio conoscono quella letteratura e che abbiano allo studio mezzi migliori dei miei.

Chiuderò con questa osservazione. La maravigliosa vita del Buddha e l'ascetismo e il monachismo che egli portò a perfezione, i precetti severamente imposti della povertà, del dominio de'sensi, della castità erano argomento troppo attrattivo per un anacoreta cristiano che ne udisse, e troppo onorifico al paganesimo, perchè, raccomodatolo convenientemente, non lo trapiantasse in suolo cristiano.

1 Lo avverti il Du Méril: poi io stesso nelle note al Dunlop (nota 74); dove è da leggere Mahdbhdrala e non Rdmdyana. Vedi Holtzmann, Indische Sagen., I' ed., I, 302. [Cosi il L.; ma l'episodio incontrasi nel R&mSyzma, lib. I, cap. IX.]

a Fu già notato nel Dunlop, nota 73.

L' Angiolo annunzia:

0 padre eterno, o somma sapienzia
Sotto qual si corregge nostra insegna,
Perchè da te vien la sufficienzia,
Come V apostol ci ammaestra e insegna,
Concedi a noi, per la tua gran clemenzia,
Di mostrar una storia santa e degna
Che sia salute delle nostre menti;
State divoti e con silenzio attenti.

Racconta San Giovanni Damasceno
Una santa, divota e degna storia
Di Barlaam e di Jòsafat, pieno
Di virtù, chiara e degna di memoria;
Che, lasciato ogni stato vil terreno,
Si levò in alto alla superna gloria,
Cui la strada del ciel a molti aperse,
E finalmente il suo padre converse.

Uno Servo viene al re e dice la donna sua aver partorito un figliuolo maschio:

Ringrazia il Ciel di quel eh' i' ti favello

E fanne festa con divino offizio,

Chè t' ha concesso un figliuol molto bello,

Il qual sia a te e a tutti noi propizio. Risponde il Re al servo:

E così sia laudato sempre quello.

Apparecchiate un degno sacrifizio,

E a tutti e' mia savi del paese

Di venir presto a me fate palese.

Va uno Araldo a chiamar e' savi e dice cosi:

Da parte del Signor si spone e dice
Che voi cerchiate per astrologia
Dello ascendente quanto sia felice
D'un figliuol nato alla Sua Signoria
In questa notte, e quel che contradice ,
Secondo l' arte della astronomia;
Venite a lui dinanzi a tal disputa.

Uno Astrologo dice:

Tosto la voglia sua sarà compiuta.

Vengono e' savi dinanzi al re, a'quali il Re dice cosi:
Io ho preso di voi tal sicurtate
Di farvi qui dinanzi a me venire,
Perch' io vorrei saper la ventate
E quel che de' del mio figliuol seguire;
Vedete ben la sua nativitate,
Perch' io non ho nel mondo altro desire.

Rispondono quelli Savi al re e dicono così:

E'sarà fatto, e quel che intenderemo
Senza simulazion te lo diremo.

Uno Astrologo disputando dice cosi:

Ascende lo Scorpione a questo figlio,
E Marte nella prima casa mostra
Che sarà di gran forza e gran consiglio,
Se non è falsa la scienzia nostra,
Da metter il suo corpo a gran periglio;
'Dicatis, pater, la sententia vostra.

Un Altro astrologo ancora disputando dice:
Videtur mihi uom di reputazione,
Il sol congiunto in mezo del lione.

Un Altro astrologo dice contro al primo:

Aliter sentio, s'io non sono errante,
E dico che dal sol virtù dipende;
Prudente, clementissimo e costante,
Si che per tutto sua fama si stende;
Ma molto dal suo padre discrepante:
Si che concludo, pater reverende,
Popoli assai sotto di sé corregge,
E gran suvertitor di nostra legge.

Dice Dno de'ditti savi a're in nome d'una parte di loro, avendo esaminato bene in fra loro:

E's'è cercato con gran sottigliezza
E questo del tuo figlio abiam veduto:
Che sarà gran baston di tua vecchiezza,
Perchè fie saggio e molto antiveduto,
E arà gran potenza e gran richezza,
Si che fie del tuo regno grande aiuto;
Questo è d' alcun di noi ferma credenza:
Intendi or di costor la lor sentenza.

Un Altro savio dice contro al primo:

Io son contrario a quel che ha detto prima, Benchè sia uom assai più di me degno;

« PrécédentContinuer »