Images de page
PDF

141

RAPPRESENTAZIONE

DI

BARLAAM E JOSAFAT

DI BERNARDO PULCI.

L'edizione originale è così registrata dal Batines. Bibliogr., pag. 15:

Incomincia la rapresentatione
di barlaam et iosafat com
posta per bernardo pvl
ci. et prima langelo an
nvntia.

Questa edizione fa parte del voi. 2° della Raccolta di Rappresentazioni stampata nel secolo XV, ove occupa 19 carte più una in bianco, con la segnatura d-f. In fondo si legge soltanto la parola Finis.

L'edizione da noi esemplata, col confronto dell'antecedente, è questa:

La rappresentatione divola di
barlaam et iosafat.

In-4*. s. a. n. ma dello scorcio del secolo XV. In caratteri tondi; di 8 carte a 2 col. di 42 versi, non numerate ma segnate aiiii. Ha 8 figure, ed in fondo si legge la parola Finita. — Un esemplare ne fu venduto 2 st. alla vendita Heber.

Altre edizioni:

— Fece stampare maestro Franceschi) di Gio»5ni Benuemito sto dal canto de Discari. Adi xxiiii. di Marzo, M. B. XVI. Iu-4° di 8 corte con 6 figure.

In Firenze Vanno UDLVIII. In-4°. edizione simile olla precedente. Buona e rara, secondo il Poggiali, ed è notata anche nel Culai. Wellesley.

— Un' altra edizione di Firenze, 1560, in-4'è citata dall' Hat* e dal Quadrio.

Questa rappresentazione che, sebbene del Pulci, non è fra le migliori dell'antico teatro spirituale, anche perchè vi mancano molti fra gli episodj dell'antica leggenda, non è da confondersi con altra dello stesso titolo, ma pur ad essa inferiore, composta dal Socci Perretano o Paretano. intorno alla quale è da vedere il Batinbs . Bibl., 67.

Le origini indiane di questa vulgatissima leggenda furono egregiamente chiarite dal Dr. Felice Liebrecbt, professore nell'Università di Liegi . in una dissertazione inserita nel Jahrbuch fùr romanische und englische literatur (II, 314-34), e che per gentile assenso dell'Autore, possiamo premettere alla nostra Rappresentazione. L'amico e collega Prof. Emilio Teza si è preso il carico della versione, ponendovi i richiami al testo sanscrito e greco, e facendovi alcune giunte che, per distinguerle, vennero chiuse in parentesi quadre.

Per l'illustrazione dei molti episodj onde si compone questa ricca leggenda, alcuni dei quali si sono conservati di versione in versione, mentre altri se ne sono staccati, e sonosi uniti ad altre leggende e tradizioni e novelle, è da vedere ciò che discorre il Dunlop , Geschichte der Prosadichiungen (Berlin, Muller, 1851) da pag. 27 a 32, e le aggiunte fattevi dal Liebbecht , pag. 462.

La più antica redazione della Leggenda di Barlaam e Josafat è quella greca, che l'Allacci ed altri, contradetti dal Fabhicio , dall' Oudin e in generale dai moderni, attribuiscono a Giovanni Damasceno, e che fu primamente pubblicata dal Boissonnade nel voi. IV degli Anecdota grasca.

Dal greco deriva la redazione latina attribuita a Giorgio Trapezunzio, ma più antica del tempo in cui questi visse, secondo ebbe a notare per primo il Barth. Nè questa sola, ma molte altre redazioni se ne hanno in lingua latina, fra le quali sono da notare quella di Vincenzo Bellovacense nello Specular» historiate, lib. LXV, e quella di Iacopo Da Varatine nella Legenda aurea. Un'altra' versione latina fu pubblicata dal Barone Di ReifFbnberi* nel voi. X del Bulletin de VAcadèmìe royale de Bruxelles. Parecchi testi latini troviamo indicati nel Catalogue dee Mss. des Départemenls, I. 191, 320; II, 210. 803.

Il Barlaam e Josafat fa parte, sotto varie forme, della letteratura di quasi tutti i popoli orientali od occidentali. Di antiche versioni orientali fanno menzione i signori Meter e Zotenberg a pag. 315 dell'opera che più sotto citeremo; e, fra tutte, merita forse qualche parola il Figlio del principe ed il dervisce [nazir] di A. Ibn Chisdai. Primo a collegare questo libro ebraico al Barlaam fu lo Steinschneider nel 1851 (Zeit. moro. Gesell., V, 89-93): il quale, anche prima, ne aveva tradotti alcuni luoghi nel BuscK Jahrbuch, V. VI (Vienna, 1845-46) e nella Manno (1847). Quello non abbiamo potuto vederlo: questa contiene i capi XI, XXI e XXIV, insieme a parecchie sentenze poetiche.

Ora, come avverte il dotto orientalista, il racconto del Chisdai mostra le sue origini nelle parole messe innanzi all' indice: parla il traduttore dalla lingua greca nella lingua araba; ed egli ne conchiuse che da una traduzione araba non ancora scoperta, latta sul greco, e mussulmana nel colorito, avesse rifatta la ebraica un uomo già noto per altre versioni dall'arabo, Abraham Ibn Chisdai, fiorito verso il 1235-40 a Barcellona.

Più tardi fu scoperto il manoscritto arabo [Zeit. morg. G'egeH.,VII> e Steinschneider, Hebr. Bibl., 111,120); ma nel 51 lo Steinschneider non conosceva il greco del Damasceno che di nome, e a trovare il legame tra l'oriente e l'occidente erasi servito del Barlaam tedesco di Rodolfo da Ems.

Dobbiamo all'amicizia del prof, S. De Benedetti di potere avvertire alcuni confronti colla leggenda italiana, e aggiungeremo a'capitoli del Figlio del principe le pagine che vi rispondono nel Barlaam di Roma (1816). Inlrod. (pag. I), cap. I (pag. 2-5), cap. II, III (pag. 5-7). cap. IV (pag. 8-10). cap. V(pag. 10-15). cap. VI (pag. 15-20), cap. VII (pag. 20-22). cap. VIII (pag. 23-27), cap. XI (pag. 45-49), cap. XII. nel principio (pag. 62). cap. XIII (pag. 49-51),cap.XV (pag. 53-54),cap. XVI (pag.54-57). cap. XVIII (pag. 58-61), cap. XX (pag. 60-62), cap. XXI (pag. 37-38).

Nella prefazione, Ibn Chisdai dice d'avere cercato, presso gli antichi, parabole ed esempi: e, dopo molte indagini, avere trovato questo volume scrìtto in favella barbara e in lingua straniera. De'35 capitoli ne'quali è diviso il libro, quelli dopo il XXI s'allontanano dalla storia italiana : invece della conversione de'famigli e del padre di Giosafat e della morte di ambidue, l'ebraico prosegue cogli insegnamenti del dervisce, religiosi e filosofici, e chiude con la sua partenza dal principe. —

Iibrunet, Manuel, III, 542, il Douhet, fliciionn. dee legendes. col. 1230, e il Gossse, Lehrb. d. Literarghesch., II, 3, pag. 460 e Trésor de livres rares, I, pag. 293, ne registrano versioni prosaiche o poetiche, tedesche, svedesi, danesi, boeme, polacche, ec., e ne ricordano una ancora in lingua tagala stampata a Manilla per opera dei Gesuiti nel 1712. — Circa la versione provenzale è da vedere ciò che ne riportano i signori Meter e Zoteneebo , a pag. 352. — Le varie redazioni francesi sono notate dal Douhet. op. cit., col. 77. che riproduce la prolissa e noiosa amplificazione composta nel XVI secolo da Jehan De Billy prieur de la Chartreuse de N. D. de Bonne Esperance, la quale occupa non meno di 173 colonne del Dictionnaire dee Legendes. Ma più ampie e più sicure notizie hanno raccolto i già ricordati signori Mryer e Zoteneerg a pag. 318-26 e 329-62 del poema da essi edito l'anno 1864 nella Bibliotheck des atterariseli, vereins in Stuttgart (voi. LXXV) : Barlaam uni Josaphat, franzosisches gedicht des dreiiehnten jahrhunderts von Gui Db Càmbrai. —Al poema essi hanno aggiunto anche un Mistero composto fra la line del XIV e i primi «lei secolo XV. E dopo pubblicato cotesto importante volume, uno dei due operosi edotti editori. Il signor Paul Meter. inseriva nella Bibliothèque de Vécole des Charles, XXVIIannée, tome II, VI' serie, pag. 513 e segg. un curioso frammento in antico francese, che deriva non dal latino ma dal testo greco, ed è contenuto sui margini di un manoscritto del monte Athos. (Fragmenls d'une ancienne traduction francaise de B. et J. faile sur le texte grec au commencement du XIII' «.)

In Italia la leggenda di Burlaam e .Iosafat ebbe tutte le forme proprie dell'arte popolare. Dopo ricordate le due Rappresentazioni antiche, aggiungeremo che sotto la forma rusticana di Maggio, la leggenda è tuttavia nota nel contado toscano, e in specie in quel di Pisa, ove si rappresenta e si stampa ad uso del popolo. Ho infatti dinnanzi a me il Maggio di S. Giosaffat, Volterra, tip. Sborgi, 1867 di pag. 48. in-24", che comincia col discorso del Re Avvenerio:

Festeggiamo , o miei baroni.
Che alla fino ottenni un flglio
Bello e candido qual giglio
Dalli Dei benigni e buoni, ec.

Delle narrazioni in prosa, tre sono le versioni a stampa. Una è quella ricordata dal Gamba (Testi di lingua, n" 933 in nota) in-4", senza alcuna data, ma del secolo XV. che conservasi nella Trivulziana. L'altra è quella messa a luce in Roma da Mons. Bottahi nel 1734 coi tipi del Saivioni, in-4°, e ristampata pur in Roma dal Mordacchini nel 1816, in-8°. La terza si trova a pag. 124 del volume Rime e prose del buon secolo della lingua, tratte da'Mss. e in parte inedite (edit. Tel. Bini) Lucca, Giusti, 1852. Innumerevoli però sono i codici che, con maggiori o minori differenze, contengono questa leggenda. Il Gamba ci fa sapere che un codice di maravigliosa bellezza, scritto per uso di Bona moglie di Galeazzo Sforza e ricco di eleganti miniature si trova nella Biblioteca di Brera a Milano. Parecchi codici ne sono indicati dal Lami, Cai. Riccard., pag. 576 e 377. I signori Meyer e Zotbneerg hanno pubblicato e messo a confronto brani tratti da tre diversi codici delle Biblioteche parigine. Il Morelli nel Catal. Farsetti, I, 241, 291. 294, ricorda tre codici, tutti e tre differenti dai testi stampati: ed altri ancora se ne trovano fra i codici canoniciani di Oxford (morTara. Catalogo, col. 141. 199, 210, 215, 249). Uno già appartenuto al Manni, e anch'esso di lezione diversa dallo stampato, si conserva a Firenzo nella privata Biblioteca Frulloni.

Continua tuttavia a stamparsi ad uso del popolo una leggenda che forse, d'età in età e di edizione in edizione, risale a quella del XV secolo, notata dal Gamba. Ne ho sott'occhio una stampa di Firenze, 1827, nella stamperia Formigli, di pag. 48, in-16" con figure. Porta per titolo: Vii» di S. Giosafat convertilo da Barlaam, nuovamente corretta, ristampata e di

« PrécédentContinuer »