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In qua in là con un caval correndo
Condussi al fin che la mia fin aspetta.
La ragion mi difende, io la difendo:
Costei ch' innanzi a te grida vendetta
Fagli, padre, giustizia , se tu sai:
Che sia contenta: e me lieto farai.

L'imperatore da se medesimo dice:

Ragion mi muove e la pietà mi mena,
L'amor mi sforza e giustizia mi strigne ,
L' onor m'incita e crudeltà dà pena:
Così 1' un mi ritien, l' altro mi spigne;
Costei mi sprona, e costui mi raffrena,
Et è come carbon che cuoce o tigne:
Segua che vuol, ch' ogni cosa m' è doglia,
E non so giudicar quel ch' io mi voglia.

Un Barone conforta V imperatore a far giustizia:

Segua l'uom ne la sedia de la mente
E di sé facci a sé drento ragione:
La conscienza accusi e sia presente,
E la memoria a se sia testimone.
Paura triemi, e ragion virilmente
Sentenzi, e a lor metta esecuzione;
Se bene giudicassimo da noi,
A giudicar gli Dei non ci arien poi.

Lo Imperatore al figliuol dice:

Gli è meglio offender sé che Giove offendere; Per questa morte a morir ti condanno.

La Vedova a Vimperatore dice:

Tu non mi puoi per questo il figliuol rendere ,
Né col suo danno a me rifar il danno.

L' Imperatore a la vedova dice:

Bisogna adunque altro partito prendere,
E dar a te quel che e' ciel dato m' hanno:
Che 'l mio proprio figliuol tuo figlio sia;
Cosi sentenzio, e tu con lei va' via.

EI Figliuolo lamentandosi dice:

Io ho la luce, e le tenebre veggio;
E ho la vita senza vita al mondo;
Io ho il mal presente, e temo il peggio;
Io ero in alto, e son cascato in fondo;
Io sperava tener lo imperio e il seggio,
E viver lieto, contento e giocondo,

Né pietà trovo in te, ne in lei perdono;
Mi raccomando a te, padre mio buono.

Io fu'pur da te, padre, generato,
Io ebbi pur da te l' afflitta vita:
Tu m'ha con la tua robba nutricato;
"Conforto porgi a l' anima smarrita:
Io t'accuso e confesso il mio peccato;
E 'l gran dolor a lacrimar m'incita.
O cuor di pietra, o animo protervo,
Vuo' tu far d' un signor, vassallo e servo?
Lo Imperadore risponde:

Tu cerchi la pietà trovar ne' tigri,
Tu cerchi l'acqua nel seccato fiume,
Tu domandi prestezza a'lenti e pigri,
E alla cieca notte el febeo lume.
Prima e' raggi solari saran nigri
E gli uccel voleran senza le piume,
Ch' io mi rimuti mai di quel ch' i' ho fatto:
Tu se' del suo figliuol dato in baratto.
Un Barone conforta el figliuolo e dice:

Quieta il duol de la nascosa mente,
Scaccia el dolor che ogni letizia fura;
Spesso d'un male un ben venir si sente,
Vivi lieto, sicur, senza paura.
El piangevol principio, aspro e dolente
Recherà dreto a sé miglior ventura;
Chè 'l tempo varia ogni celeste cosa,
E 'l male non sta sempre ove si posa.
Jji Vedova a V imperatore dice:

Io vo'partir, e satisfatta resto
Del giusto, santo e perfetto giudizio.
Lo Imperadore al figliuolo dice:

La ragion mi stringeva a farti questo
O darti morte per tuo malefizio;
Èssi obbidiente, discreto e onesto,
E reputa dal ciel tal benefizio.
Vanne con lei.
La Vedova dice: E tu meco verrai,

E quel poco ch' i' ho lo goderai.

El Figliuolo ne va con lei, e per la via dolendosi dice: La fortuna non fa mai sommi mali

Se non di sommi beni e sommi gaudi.
Quanto più in alto per potenza sali,
De' miseri le prece e' prieghi esaudì.
In dubbio è questa vita de' mortali,
Chè gli stati terren non stanno saldi.
Cosi si parte e fugge il male e 'l bene,
Come l' onda del mar che va e viene.

Suol morte de' morenti aver conforto
E porger al morir mortal aiuto',
E rallegrarsi poi che alcun è morto,
Chè l'ha per forza di vita abbattuto.
Or, per farmi fortuna e lei più torto,
Morte del corpo mio fa tal rifiuto,
Benché la morte mi potrebbe dire:
Colui è morto che non può morire.

El figliuolo ne va con la vedova a casa, e in questo lo ImpeRatore da dice:

Da poi che me contro a me i' giudicai
Altri per altri giudicar intendo,
E pagherò di quel che me pagai:
Ad altri renderò quel che a me rendo,
Osservando giustizia sempre mai:
Però me stesso con ragion riprendo
Ch' Ignazio qualche giorno è soprastato
A aver la punizion del suo peccato.

Ora si volge al cavaliere, e dice:

Va'presto, cavalier, menalo a me,
Ch' io intendo a nostri Dei farlo soggetto;
O e' lasserà la sua bugiarda fè,
O io peggio farò ch' io non ho detto.

Risponde il Cavaliere:

Tosto sarò con lui tornato a te,
.E spianerogli tutto il tuo concetto:
E se non vorrà far quel che tu vuoi,
Comanda pur, e lassa far a noi.

El Cavaliere va dove son e'birri, e trovandogli a giocare dice:
Può far il ciel che da mattina a sera

Voi stiate al giuoco fermamente saldi! Un Birro risponde:

Chi vince a frussi e chi perde a primiera,

E passiam tempo e 'l di per questi caldi. El Cavaliere dice:

Levate suso, o gente di scarnerà,1

Voi siete una caterva di ribaldi. Un altro Birro risponde:

Stu vuoi riposo, e noi vogliam riposo:

El tristo dice mal al doloroso.2
El Cavaliere dice a' birri andando a la prigione:

O voi vi muterete di pensiero, »

O io mi muterò d'oppinione.

Su presto, andianne; s'io v'ò a dir il vero

Voi siete tutti gente da bastone.

Ogni dì mille volte mi dispero:

Traete Ignazio qua fuor di prigione.
El Cavaliere dice ad Ignazio tratto fuor di prigione:

Veggiam se i tuo demon t'aiuteranno;

E quel che cerca il mal sì s' abbi il danno.

Mentre che lo menano, Santo Ignazio al cielo dice:

Tiemmi, dolce Giesù, le mani a dosso,
Chè questi ultimi di della mia vita
Non sia da la tua fé, Signor, rimosso,
E in te finisca, o bontà infinita.

Giunti a corte, il Cavaliere a Vimperatore dice:
Eccoti Ignazio, e 'nducer non lo posso,
Chè la sua volontà è stabilita,
A far per Cristo ciò che Cristo vuole,
E invano spenderai le tue parole.

Lo Imperatore a Santo Ignazio dice:

Io t'ho promesso dar tesoro e stato
E sollevarti in ciel sopra ogni polo;
Tu se' da tutto 'l popol uccellato
Come la bubba, el guffo o l' assiuolo.

Santo Ignazio risponde:

Iddio per crucifiggere il peccato,
Si fece crucifigger il figliuolo;

1 Ha altri esempi del Firenzuola, Varchi ec. e vale gente di mal affare, vagabondi.

'Modo proverbiale non registrato dal Serdonati ne dal Giusti, e che semìira 'oler significare: tra te e noi non ci è molta differenza, come non ve ne ha fra il tristo e il doloroso. E nell'uso un motto equivalente: Cencio dice mal di straccio.

Voi. II. 3

E con derision, tormento e scherno
Morì chi vive e viverà in eterno.

E quanto più ci approssimiam al mondo
Cotanto più ci dilunghiam da Dio.
Chi cerca in alto andar, va nel profondo:
Altrove ho messo e volto il pensier mio.
Né altro al tuo parlar non ti rispondo:
A morte sarai tu, come son io,
Né stato non varrà, roba, o danari,
Chè al nascer e al morir tutti siam pari.

Lo Imperatore a Santo Ignazio dice:

Parlando il ben e ministrando el male
L'artefice di vita in vita pecca;
Fugge la morte ogni animal mortale,
E 'l becco porge a chi lo ciba o imbecca.
Tu di vita a te se' micidiale
E mordi e rodi chi più ti unge o lecca.
Ascondi tosco sotto mèle o manna,
Chè chi è uso a ingannar sempre mai inganna

Santo Ignazio risponde:

Non pensa altri sia buon, colui ch' è rio,
Perchè secondo sé giudica altrui:
E dice: tanto è lui quanto son io,
E tanto son io buon, quanto è colui.
Ma nulla sta celato al nostro Dio,
Né scusa a noi non val dir: son o fui:
Colui che tutto sa, sa il tuo pensiero,
E giudica di noi secondo il vero.

Risponde lo Imperatore:

Ispesso disputando si ritruova
El lume dell' ascosa ventate:
Matto, nulla ti nuoce e nulla giova:
Ragion non val nelle menti ostinate;
Farò de' tua demon l' ultima pruova,
Stu tien le bocche de' lion serrate.
Io giuro a te, per l'infernal Caosso,
Che più che Giove adorerò Minosso .

Ora si volge al cavaliere e dice:

Fuor del mio parco fa' trar duo leoni
E mena Ignazio e fallo divorare:
Legalo bene, chè que' sua demoni
Volendo, non lo possino aiutare.

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