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88 Io son per lor tra si fatta famiglia;
Ei m' indussero a battere i fiorini
Che avevan tre carati di mondiglia.»

91 Ed io a lui: «Chi son li duo tapini

Che fuman come man bagnata il verno,
Giacendo stretti a' tuoi destri confini ? »

94 — «Qui li trovai, e poi volta non dierno»,

Rispose, «quando piovvi in questo greppo,
E non credo che dieno in sempiterno.

97 L' una è la falsa che accusò Giuseppo;

IV altro è il falso Sinon greco da Troja;

della bolgia, dovea notare il meno della medesima; lo che lasciava intendere che forse era anche più. — Non Ci Ha: i monosillabi ci ed ha sono privati dell' accento fonico, e le tre voci si pronunziano come una sola nóncia. Licenze simili Inf. VII, 28. Purg. XX, 4.

88. Tea si Patta Pamiolia: tra i falsatori, tutti colpevoli dello stesso misfatto, tutti consorti alle stesse pene, e però famiglia.

89. Ei: i tre nominati al v. 77. Pino al 1311 Dante ospitava di frequente presso i Conti di Romena; bisognerà dunque ammettere che egli abbia scritto questi versi dopo queil ' epoca, giacchè nessuno vorrà credere che ei gli scrivesse nello stesso tempo in cui egli scrisse la lettera citata nella nota al v. 77, e molto meno che li avesse scritti già prima.

90. Casati: la qualità più pura di un' oncia d' oro si suppone divisa in ventiquattro parti eguali, che si chiamano carati. Mondiglia: la parte del rame o simile vile metallo mescolata all' oro. Cfr. v. 61. nt.

91. Tapini: meschini, miseri. Passa ai falsatori della parola.

92. Puman: il calore naturale della mano discioglie in vapori V acqua ornl' è aspersa, i quali nel verno, condensati dal freddo, si rendono visibili, e sembrano un fumo. Fuma come d' ineerno una mano bagnata è modo proverbiale che vive tuttora in Toscana.

93. Steetti: insieme; forse nello stesso modo che Griffolino e Capocchio. Cfr. Inf. XXIX, 73 e seg. — A' Tugi Destei Conpini: al tuo lato destro. «Nel Veneto sentesi in questi coniini per dire vicinanza di luogo, non limite di regioni, o poderi, o case.» Tom.

94. Pgi: dacchè ci venni io e li trovai qui. — Volta Non Dieeno: non si mossero da questo luogo. Cfr. v. 81 e seg. — Dieeno: diedero; sincope di dierono. Cfr. Nannuc. Anal. crit. pag. 558.

95. Piovvi: caddi; cfr. Inf. XXV, 122. — Geeppo: luogo dirupato, scosceso; qui = in questa bolgia. «Greppo in volgar fiorentino nomasi un vaso vile, rotto, per usi domestici.» fìene. Ramb.

96. Dieno: volta; non credo che si moveranno di qui in sempiterno.

97. La Palsa: la moglie di PUtifarre; cfr. Genes. XXXIX, 6—23. — Accusò: di averle voluto far forza, per vendicarsi della virtuosa sua resistenza alle di lei seduzioni. — Giuseppo: Giuseppe figlio del Patriarca Giacobbe. Anche qui i commentatori: «Giuseppo per Giuseppe, antitesi a camion della rima. » Ma Giuseppo dissero gli antichi e fuor di rima e in prosa. Cfr. Nannuc. Tvorica dei Homi, pag. 171 e seg.

98. Sinon: quegli che colle sue bugie indusse i Trojani a introdurre nella loro città il fatale cavallo di legno; cfr. Virg. Aen. l. II, v. 57—194. — Da Teo)a: famoso soltanto pel suo tradimento; si cognomina dal luogo ove egli peccò. Allude forse alle parole dette da Priamo a Sinone:

Quisquis es, amissos hinc jam obiiviscere Graios;
A!oster eris; mihique hac edissere vera roganti.

Virg. Aen, l. II, 247. 248.

Per febbre acuta gittan tanto leppo.»

100 E l' un di lor che si recò a noja Forse ÒV esser nomato si oscuro, Col pugno gli percosse l' epa croja.

103 Quella sonò come fosse un tamburo;

E mastro Adamo gli percosse il volto
Col braccio suo che non parve men duro,

106 Dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

Lo mover, per le membra che son gravi,
Ho io il braccio a tal mestier disciolto.»

109 Ond' ei rispose: «Quando tu andavi
Al foco non l' avei tu cosi presto;
Ma si e più l' avei quando coniavi.»

112 E 1 ' idropico: «Tu di' ver di questo;
Ma tu non fosti si ver testimonio
Ove del ver fosti a Troja richiesto.»

115 — «S' io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

99. Leppo: fumo puzzolente, che esce dalle materie untuose accese, con queste parole mastro Adamo risponde alla domanda del Poeta v. 92. Il leppo simboleggia le false parole.

100. L' Un: Sinone. — si Eecò A Noja: se l' ebbe a male, ad onta.

101. si Oscueo: in modo cosi infamante, qual brutto e vii traditore.

102. L' Epa: la pancia, il ventre; cfr. Inf. XXV, 82. — Choja: dura, cruda; probabilmente da crudius, cfr. Diez: Ét,tm. Wiirferb. Voi. II, pag. 23. — «£' epa croja di Danto non è in senso nessun figurato, ma si reale, ed è da spiegare per la pancia dell' idropico, che pel troppo umore si è indurata e tesa, e non è più cedevole, ma si è nella propria tensione irrigidita siccome cuojo.» Galeani: Arch. Stor. Hai. XIV, 34,1. Prima di Dante usarono altri cotesta voce in diversi sensi; cfr. Nannuc. Anal. crit. pag. 373 e seg. e l' opuscolo: Sopra la parola Colo ecc. dello stesso autore.

105. Col Naaccio: Al. col pugno. Men Dueo: il braccio di mastro Adamo non parve men duro del pugno di Sinone.

108. A Tal Mestiee: a tal uopo; onde percuoterti. Ai piedi è legato, cfr. v. 81. ma le braccia le ha sciolte e pronte a vendicarsi.

109. ei: Sinone.

110. Al Poco: al rogo, al supplizio. Quando tu andavi per essere arso vivo, tu non avevi le braccia cosi spedite, perchè te le avevano legate. — Avei: avevi; cfr. Nanauc. Anal. crit. pag. 494 e seg.

111. Ma Si: ma cosi presto e ancor più presto avevi tu il braccio quando battevi i fiorini falsi.

114. Eichiesto: là dove Priamo ti richiese di manifestargli il vero sul cavallo di legno. Cfr. Virg. Aen. l. II, v. 150. 151.

115. Dissi Palso: ognuno dei due cerca di attenuare la gravezza del fallo proprio, e di aggravare il reato dell' avversario. Questo vii procedere si confà benissimo alla viltà delle persone. — Il Conio: de' fiorini. i. Quasi dica: Peggio è a falsare, che a dire il falso. Ma questo non è vero: imperò che s' attende a quello che ne seguita poi: del falsar della pecunia non si disfanno le città, come del dire la falsità che disse Sinone.» liuti. Cosi anche il Tom. Il vero è che nessuno dei due avea motivo di rinfacciare all' altro le sue colpe; e ciò non solo perchè la divina giustizia li aveva condannati alla medesima bolgia, ma anche perchè chi è capace d' una falsità Io è anche dell' altra.

Disse Sinone, «e son qui per un fallo,
E tu per più che alcun altro <limonio.»

118 — «Ricorditi, spergiuro del eavallo»,

Rispose quel ch' aveva enfiata P epa,
«E sieti reo ohe tutto il mondo sallo.» —

121 — «A te sia rea la sete onde ti crepa»,

Disse il Greco, «la lingua, e l' acqua marcia
Che il ventre innanzi agli occhi si t' assiepa.»

124 Allora il monetier: «Cosi si squarcia

La bocca tua per dir mal come suole,
Chè, s' io ho sete ed umor mi rinfarcia,

127 Tu hai l' arsura, e il capo che ti duole,
E per leccar lo specchio di Narcisso,

116. Pee un Pallo: come se i falli si contassero invece di pesarli i Queste parole non contengono solamente un' attenuazione delle proprie colpe, ma anche un rimprovero contro la divina giustizia. Son qui soltanto per un fallo t

117. Pee Più: falli. — Dimonio: questo titolo Dante non lo da che ai diavoli. Ma qui è Sinone che da del dimonio a mastro Adamo. Ci sembra superfluo il prender qui climonio nel senso di anima dannata (Blanc ed altri). Sinone vuol dire: Io ho commesso un solo fallo, tu all' incontro ne hai commessi non solo più che ogni altro dannato, ma più che ogni diavolo.

118. Speegiueo: mastro Adamo da il vero nome all' un fallo di Si, none. Infatti Sinone s' era reso colpevole di spergiuro, cfr. Virg. Aen. l. II, v. 154 e seg.

119. Quel: mastro Adamo che aveva il ventre terribilmente enfiato, cfr. v. 49 e seg. Alcuni legano a cavallo l' incidente eh? aveva enfiata P epa, e intendono per V epa il ventre del cavallo di legno pieno d' armati. Ma questa spiegazione ci sembra un po' troppo ingegnosa, e pi Ci naturale l' attribuire V enfiata epa all' idropico Adamo dall' epa croja.

120. Sieti Eeo: ti sia di amarezza e di cruccio che tutto il mondo è pieno della fama del tuo misfatto.

121. La Sete: il Greco la da ora vinta al Bresciano in quanto all' enormite del misfatto, e, non sapendo altro che dire, gli rinfaccia la sua infermità. — Ti Ceepa: metafora tolta dal legno, in cui l' aridità genera crepature.

122. E L' Acqua: e ti sia reo il mal converso umore, v. 53. che, rigonfiandoti il ventre, te ne fa una si gran siepe innanzi agli occhi.

123. Che: caso rettoria qual acqua. — Il Ventee: quarto caso. — T' Assiepa: fa quasi siepe agli ocehi. D' idropico o di donna gravida i Toscani dicono che ha la pancia agli occhi. Tom. Cfr. Fanfani: Vocab. delV uso tose. pag. 663. s. v. pancia.

124. si Sqaecia: si spalanca. Et dilatacerunt super me ot sunm. Psl. XXXIV, 21. Ei qui . . . dilatat lahia sua, ne commiscearis. Prov. XX, 19.

125. Come Suole: come sei solito dirlo, cioè falsamente, come dicesti male de' tuoi Greci. Cfr. V'trg. Aen. l. II, v. 162 e seg.

126. Einpaecia: riempie ed ingrossa; dal lat. farcire — otturare, empiere. Se io ho sete, tu hai l' arsura; se a me 1' umore gonfia il ventre, a te la febbre fa dolere il capo.

128. Lo Specchio: l' acqua, nella quale Narciso specchiandosi, s' innamorò della propria immagine fino a morirne. Cfr. Ovid. Met. l. III, 329 e seg. Sentenza: a bere dell' acqua non ti faresti pregar molto. — NaeCisso: A un Greco rammenta favola greca; al brutto dannato uno specchio, e specchio d' acqua limpida; egli che sa quanto sia tormentosa la memoria dell' acque nell' ardor della sete. Tom.

Non vorresti a invitar molte parole.» 130 Ad ascoltarli er' io del tutto fisso,

Quando il maestro mi disse: «Or pur mirat

Che per poco è che teco non mi rissot» 133 Quand' io il sentii a me parlar con ira

Volsimi verso lui con tal vergogna,

Che ancor per la memoria mi si gira. 136 E quale è quei che suo dannaggio sogna,

Che, sognando, desidera sognare,

Si che quel ch' è, come non fosse, agogna: 139 Tal mi fecr io, non potendo parlare;

Chè desiava scusarmi, e scusava

Me tuttavia, e nol mi credea fare. 142 — «Maggior difetto men vergogna lava»,

Disse il maestro, «che il tuo non è stato;

129. Non Vounesti: non aspetteresti di essere invitato con molte parole.

130. risso: inteso; non attendea che ad ascoltare i due.

131. Oh Pt'e Miea: guarda un po't Alcuni prendono queste parole di Virgilio per finissima ironia, quasi dicesse: liea fai, sta pur cosi mirando, che poco manca che io non mi adiro teco.

132. Pee Poco è: poco vi manca, per poco mi tengo. — Mi Eisso: faicio rissa con te, me la piglio teco. La forma: per poco è che . . . non è imitazione del latino: parum abfuit auinf o fors' anche del provenzale: per pane . . . no; Per pauc de Joy no m' e n dormii Gavodano.

133. Con Iea: Virgilio è sdegnato che Dante si compiaccia nella baruffa e nelle villanie di que' vili.

134. Veegggna: d' aver preso diletto dei villani discorsi di que' due dannati.

135. Giea: pensandovi me ne vergogno ancora.

136. Dannaggio: danno. Dannaggio è voce usata frequentemente negli scrittori antichi. Il Nannucci, fondandosi su quel verso di Bonagg. l'r, biciani:

Un amor m' ha mandato
Lo danno e lo dannaggio.

pretende che dannaggio non sia lo stesso che danno (Anat. crit. pag. 360. ut. 4); ma quale sia la differenza e' non cel dice; e poi un' altra volta egli stesso chiosa: «Dannaggio, lo stesso che danno.» (Man. della lett' 2*. edizc. Voi. II, pag. 416.) Sull' etimologia di questa voce e delle simili cfr. Die:: Gratn, der rom. Sprachen, ii, edizr. Voi. II, pag. 311.

137. Desideea Sggnaee: desidera che la sventura, nella quale egli sogna d" essere, non sia realtà ma soltanto un sogno, come se tale non fosse.

138. Agggna: desidera ardentemente quello che è, come se non fosse.

139. Non Potendo: per la vergogna e confusione.

140. Scusaemi: con parole. — Scusava: colla mia vergogna e confusione. Scusa più eloquente che non quella in parole. La vergogna è segno di vero pentimento.

141. Nol Mi Ceedea Paee: non credea che già lo facessi; non credea di scusarmi tuttavia, quantunque la vergogna m' impedisse di parlare.

142. Magoioe Dipetto: quarto caso. — Men Veegggna: caso retto. Una vergogna minore della tua lava, cioè scusa un difetto maggiore del tuo.

Però d' ogni tristizia ti disgrava. 145 E fa ragion ch' io ti sia sempre allato,

Se più avvien che fortuna t' accoglia

Ove sien genti in simigliante piato; 148 Chè voler ciò udire è bassa voglia.»

144. TRIsTizIA: tristezza, mestizia. Nunc gaudeo: non quia contristati estis, sed quia contristati estis ad paenitentiam. Contristati enim estis secundum Deum, ut in nullo detrimentum patiamini ea notis. Quae enim secundum Deum tristitia est, poenitentiam in salutem stabilem operatur. II ad Cor. VII, 9. 10. Tristitiam non des animae tua, et non affligas temetipsum in consilio tuo . . . . Tristitiam longe repelle a te. Multos enim occidit tristitia, et non est utilitas in illa. Eccles. XXX, 22. 24. 25. – TI DISGRAvA: allontana da te ogni tristizia, racconsolati. 145. FA RAGioN: fa conto, non dimenticare; cfr. Parad. XXVI, 8. Se per caso ti troverai un' altra volta dove avvengono di tali contese, ricordati che io ti son sempre allato, cioè per riprenderti, come oro ora ho fatto. 146. To AccoGLIA: ti faccia capitare. Al. ti colga, ti trovi. Ma la fortuna fa bensì capitar l' uomo in un luogo, all' incontro non è lei che lo coglie quasi in flagranza di colpa. 147. IN SIMIGLIANTE PIATo: in gara vicendevole di villane ingiurie simile a questa. – PIATo: lite, contesa. 148. È BAssA vogliA: Honor est homini, qui separat se a contentionibus: omnes autem stulti miscentur contumeliis. Prov. XX, 3.

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