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Del cor di Federico, e che le volsi
Serrando e disserrando sì soavi,
61 Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi.
Fede portai al glorioso ufizio
Tanto ch' io ne perdei lo sonno e i polsi.

lignaggio. Studiò a Bologna, dove si dice che vivesse di limosina. «Condotto», dice Benv. Ramb., «dinanzi all' imperatore, ed impiegato in corte divenne ricco per ingegno, e fortuna, e tanto avanzò nel favore imperiale per capacità nel dettare, e per cognizioni di civile diritto, che non ebbe alcuno che lo arrivasse. Fu diligentissimo nell' ufficio suo, ch' esercitò inoltre con molta prudenza, e si guadagnò il cuore del suo imperatore a modo di saperne i secreti, che poteva confermare, o cambiare ad arbitrio: insomma poteva tutto che voleva.» Tanta felicità gli suscitò contro l' invidia e l' odio de' cortigiani, i quali lo accusarono di molti delitti, come di essersi fatto più ricco del suo signore, di tradire i secreti di stato al papa, di aver voluto avvelenare l' imperatore ecc. ecc. Federico diede ascolto a tali accuse, fece accecare il cancelliere, facendogli tener gli occhi aperti sopra un bacino rovente e lo fece gettare in carcere. Onde por fine alle sue sventure diede del capo contro il muro con quanta più forza ebbe, e dopo brevi istanti morì nel 1249. Gli storici discordano del luogo dove egli morisse. Alcuni lo dicono morto nel carcere, altri a Pisa. Nel Registro dei privilegi dell' ospedale nuovo di Pisa, detto di papa Alessandro ed appartenente all' Archivio di stato di quella città vi si legge scritto: Incolpato d' aver mancato di fede al suo signore Federico II, Pier delle Vigne (che trovavasi con Federico a Samminiato) fu fatto abbacinare, e quindi tradurre a Pisa per esservi lapidato. Lo che Pier delle Vigne prevenne, precipitandosi a terra da un mulo su cui era tratto, e sfracellandosi disperatamente le cervella. Donde fu che morisse nella chiesa di S. Andrea in Brattolaia. Dante lo crede innocente e vanno

con lui d' accordo i commentatori antichi nonchè i cronisti. - TENNI: tener le chiavi del cuore è frase provenzale e vale esserne padrone, disporne a sua voglia. AMBo: dell' amore e dell' odio.

59. LE voi,si: mossi a mio arbitrio il suo cuore ad amore o ad odio.

60. SERRANDo: chiudendo il di lui cuore a ciò che io non voleva ed aprendolo (disserrando) a quanto io voleva. – sì soAv1: così dolcemente che egli appena se ne accorgeva. Pier delle Vigne si esprime in tal modo onde significare le maniere piacevoli con cui egli si seppe insinuare nell' animo del monarca.

61. Tols1: nessuno fu messo a parte de secreti di Federico, fuorchè Pier delle Vigne. L aver egli tolto ogni altro dalla confidenza del monarca fu probabilmente la cagione principale della sua rovina. «I cortigiani, veggendo costui essere in tanta grazia con lui, gli portavono grandissima invidia; et quelli ch' erono cacciati del luogo loro, et quelli che aspettavono di venire in grazia.» An. Fior. Benvenuto da Imola racconta che la famigliarità sua col sovrano giungesse a tal segno, che a Napoli si vedeva l' effigie dell' imperatore accanto a quella di Pietro, l' una in soglio, l' altra in una sedia appresso. Il popolo, aggiunge egli, cadendo ai piedi imperiali, dimandava che gli si facesse giustizia con questi versi:

Caesar amor legum Friderice piissime Regum
Causarum telas nostrarum solve querelas.

Al che l' imperatore rispondeva: p

Pro vestra lite Censorem juris adite,
Hic nam jura dabit vel per me danda rogabit.
Vinea cognomen Petrus est sibi nomen.

63. Lo sonNo E I PoLsI: il riposo durante la notte e di giorno il vigore e le forze mentali. Altra lezione sostenuta da alcuni: LE vENE E I PoLs1. Secondo questa lezione Pietro direbbe che la gran fede portata agli interessi del suo sovrano fosse stata cagione che gli si risvegliasse contro

64 La meretrice che mai dall' ospizio
Di Cesare non torse gli occhi putti,
Morte comune, e delle corti vizio,
67 Infiammò contra me gli animi tutti;
E gl' infiammati infiammàr si Augusto,
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti.
70 L' animo mio per disdegnoso gusto,
Credendo col morir fuggir disdegno,
Ingiusto fece me contra me giusto.
73 Per le nuove radici d' esto legno
Vi giuro che giammai non ruppi fede
Al mio signor, che fu d'onor si degno.

l' odio de' suoi avversari. Ma, ma! Ci sembra ben strano che egli voglia dire la sua gran fede esser stata cagione della sua morte. E poi, non dice lui stesso subito che l' invidia ne sia stata la cagione? Inoltre la fede portata al glorioso ufizio non si potea in verun modo dire la cagione della morte di chi sè stesso uccise. E la morte sua Pietro non la menziona qui, ma più sotto al v. 70. Quì egli dice aver perduto il riposo e le forze, in seguito dirà come perdè anche la vita. 64. LA MERETRIcE: l' invidia, come risulta dal v. 78, non già la Corte di Roma. «Ciò gli fue fatto per invidia del suo grande stato. Ric. Malisp. Stor. Fior. c. CXXVI. Giov. Vill. 1. VI. c. 22. Come la meretrice finge amore onde procacciarsi guadagno, così l' invidia cortigianesca finge ca

rità del principe per guadagnarsi favori. – ospizio di CESARE : corte

imperiale. 65. CESARE: Federico II. «Cesare è detto ogni imperadore, per rive

renzia di Cesare che fu il primo imperadore.» An. Fior. – PUTTI: mere

trici, puttaneschi, sfacciati. 66. MoRTE: per l' invidia del diavolo la morte venne nel mondo. Sap. II, 24. L' invidia è il tarlo dell' ossa. Prov. XIV, 30, – con UNE: ti; sip oox otò e tov tavtov, 5tt toi; p èv oa tāav 6tsati tra i ti stov ) è Aatto, poò vog. Demost. de Coron. p. 330 Reisk. – DELLE corT1: ov' ella tiene il suo maggior seggio. Dan. 67. TUTTI: de cortigiani. 68. INFIAMMAR: giuoco di parole come al v. 25. – AUGUsTo: l' imperadore Federico II. «Per riverenzia d'Ottaviano, sono ancora detti Augusti tutti gl' imperadori.» An. Fior. 69. I LIETI o NoR: del glorioso ufizio, v. 62. – Torna Ro: si convertirono. 70. DIsprignoso GUsto: gusto di disdegno - onde sfogare lo sdegno suo. 71. DISDEGNo: altrui contro di me, volendo io sottrarmi allo spregio altrui ed alla vituperosa fama di traditore, e disdegno proprio, credendo liberarmi in tal modo dall' ira che mi rodeva. 72. INGIUsTo: uccidendomi commisi un ingiustizia contro mè stesso. – GIUsto: innocente delle colpe appostemi. 73. NUovE: strane, come il novus lat. = mirandus, inauditus. Se si prende poi nuove nel senso di recenti si può osservare che Pier delle Vigne era morto da non più di cinquant' anni. Giura per la sua esistenza infernale, che non è più molto recente ma ben strana ed inaudita. 75. DEGNo: Si quidem illustres heroes Federicus Caesar, et bene genitus ejus Manfredus, nobilitatem ac rectitudinem suae formae pandentes, donec fortuna permansit, humana secuti sunt, brutalia dedignantes. Vulg. Eloq. 1. I. c. 12. Alla sepoltura di Federico «volendo scrivere molte parole di sua grandezza e podere e grandi cose fatte per lui, uno cherico Trottano fece questi brievi versi, i quali piacquero molto a Manfredi e agli altri baroni, e fecegli intagliare nella detta sepoltura, gli quali diceano:

76 E se di voi alcun nel mondo riede,
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che invidia le diede.» –
79 Un poco attese e poi: – «Da ch' ei si tace», –
Disse il poeta a me, – «non perder l' ora;
Ma parla e chiedi a lui se più ti piace.»
82 Ond' io a lui: «Dimandal tu ancora
Di quel che credi che a me soddisfaccia;
Ch' io non potrei; tanta pietà m' accora.» –
85 Perciò ricominciò: «Se l' uom ti faccia
Liberamente ciò che il tuo dir prega,
Spirito incarcerato, ancor ti piaccia
88 Di dirne come l' anima si lega
In questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

si probitas, sensus, virtutum gratia, census

Nobilitas orti, possent resistere morti,

Non foret extinctus Federicus, qui jacet intus.»
Giov. Vill. l. VI. c. 41.

Come principe, come amico delle lettere e letterato (loico e cherico grande), come uomo di valore e come Ghibellino Dante lo loda, come cattivo cristiano lo caccia all' inferno. 76. ALCUN: l'uno o l'altro. Virgilio avea già detto a quest' anima che il suo compagno tornerebbe nel mondo su. Ma l'anima rinchiusa nel tronco non può nè vedere nè discernere. 77. ConForTI: rivendicandole l' onore. – GIACE: vilipesa dall' accusa di traditore. 78. DEL col Po: per effetto del colpo. 79. ATTEsE: Virgilio. Attese un poco per vedere se quell' anima volesse loro dire altro, ma vedendo che essa nol fa, esorta Dante a volgerle una dimanda se desidera saperne di più. 80. L' or A: il tempo, l' occasione propizia. 81. TI PIACE: se vuoi udire da lui alcun' altra cosa. 84. M' Accor.A: mi commuove. La compassione che il Poeta ha di quello spirito lo vince di modo, che non gli da più il cuore di parlare. E la terza volta che egli è vinto dalla compassione: egli sentì gran duolo quando intese Virgilio narrar le pene di coloro che son nel limbo; – c' erano poeti e savi antichi, Inf. IV, 40 e seg., e Dante era anche lui della loro schiera, Iviv. 101; cadde tramortito pel dolore che sentiva delle pene di Francesca, Inf. V, 142; e lui stesso era stato vinto più volte dalla passione amorosa; – compassiona Pier delle Vigne perseguitato dall' invidia, e anche lui avea già troppo sofferto dall' altrui invidia. Così non mancano motivi personali alla pietà di Dante. 85. RIconMINCIò: Virgilio. – L' Uomi: Dante; è ancor vivo, perciò lo chiama uomo; di sè all' incontro ha detto: Non uomo; uomo già fui. Inf. I, 67. 86. LIBERAMENTE: in doppio senso: volonterosamente e largamente. – c1ò: il confortare la sua memoria, v. 77. 87. INCARCERATo: il tronco è un carcere ben duro e ben stretto per cotesti spiriti. 88. comE: fa due dimande; la prima: come ed in qual modo avvenga che le anime entrino in que” tronchi e si leghino in essi; la seconda: se alcun'anima verrà mai liberata da tal carcere. Alla prima Pietro risponde nei versi 94 a 102; alla seconda 103 a 108. 89. Nocchi: tronchi nodosi. se TU PUoI: se lo sai.

Se alcuna mai da tai membra si spiega.» Allor soffiò lo tronco forte, e poi Si convertì quel vento in cotal voce: «Brevemente sarà risposto a voi. 94 Quando si parte l' anima feroce Dal corpo, ond' ella stessa s' è divelta, Minos la manda alla settima foce. 97 Cade in la selva, e non le è parte scelta; Ma là dove fortuna la balestra, Quivi germoglia come gran di spelta. 100 Surge in vermena, ed in pianta silvestra. Le Arpie, pascendo poi delle sue foglie, Fanno dolore, e al dolor finestra. 103 Come l' altre verrem per nostre spoglie,

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90. DA TAI MEMBRA: dai nocchi nei quali l' anima è rinchiusa e che le fanno in tal qual modo ufficio di membra. – seIEGA: scioglie, libera. 91. sorrrò: quel soffiare fa le veci del sospirare. Quell'anima sospira poichè la domanda fattale da Virgilio le ricorda vivamente le sue pene; non avendo essa organi onde esprimere il suo dolore il sospiro diventa soffio. ForTE: fortemente. 92. SI converti: queste anime non avendo altri organi che i rami, parmi evidente che non sono in istato di proferir parole articolate. Mandano fuori un soffio, e questo vento si converte poi appresso, sia in quell'aria maledetta, sia nelle orecchia di coloro a cui esse vogliono farsi intendere, in accenti intelligibili. 93. BREvEMENTE : dei supplizi meritati non ama parlare a lungo; delle sue sventure non meritate e dell' ingiustizia altrui ha parlato volentieri. Anche Pietro è un dannato. 94. FERocE: contro di sè. «Ben la chiama feroce; imperò che come fiera incrudelisce contro sè medesimo.» Buti. 96. MINos: Vedi Inf. V, 4 e seg. Foce: cerchio. Siamo appunto nel settimo cerchio. 97. scELTA: destinata. Non le è imposto di fermarsi in un dato luogo della selva. 98. FoRTUNA: il caso. «Dice che a caso hanno le anime quelli luoghi, notantemente per mostrare che la desperazione non ha gradi; imperò che in pari grado è ognuno che si dispera.» Buti. BALESTRA: getta. Queste anime gettaron via il loro corpo e vengon perciò gettate via dal fato. 99. seELTA: sorta di biada. «È la spelda una biada, la qual gittata in buona terra cestisce molto, e perciò ad essa somiglia il germogliare di queste misere piante.» Bocc. 100. vERMENA: piccolo ramuscello, cespuglietto. Quest' anima vien su in forma di piccolo ramuscello, cresce a poco a poco come fanno le piante, e diventa finalmente pianta silvestra. 101. PAscENDo: sè medesime. 102. DoLoRE: troncando le foglie di cui si pascono. I rami delle piante essendo come detto in certo modo le membra delle anime rinchiusevi, il troncarli le cagiona un dolor tale, come se ad un corpo si troncassero le membra. – FINEsTRA: Sembra che queste anime non abbiano la possibilità di sfogare il loro dolore in lamenti che mentre la rottura de rami ne' quali sono incarcerate è fresca. Appunto per questo Virgilio esorta Dante v. 80 a non perdere il tempo. Le rotture servono a questi spiriti di bocca. 103. L' ALTRE: anime. – vERREM: nella valle di Giosafat al dì del giudizio; cfr. Gioele III, 2. – PER NosTRE seoGLIE: a cercare i nostri corpi.

Ma non però che alcuna sen rivesta; Chè non è giusto aver ciò che uom si toglie. 106 Qui le trascineremo e per la mesta Selva saranno i nostri corpi appesi, Ciascuno al prun dell' ombra sua molesta.» 109 Noi eravamo ancora al tronco attesi, Credendo che altro ne volesse dire; Quando noi fummo d' un romor sorpresi 112 Similemente a colui che venire Sente il porco e la caccia alla sua posta, Che ode le bestie e le frasche stormire. 115 Ed ecco duo dalla sinistra costa, Nudi e graffiati, fuggendo sì forte Che della selva rompiéno ogni rosta. 118 Quel dinanzi: – «Ora accorri, accorri, morte!» –

104. NoN PERò: i corpi li ricevono, ma non è permesso a queste anime di riunirsi mai più seco loro. Esse hanno separato ciò che ladio aveva congiunto (S. Matt. XIX, 6), e Iddio nol congiunge la seconda volta; restano dunque eternamente separate dai loro corpi. 105. CHÈ: non è ragione che l' uomo riabbia quel che si ha tolto elli stesso: quelle cose che l'uomo non si può dare, non si dee togliere; anzi le dee tenere quanto vuol colui che gliele dà, e se le rifiuta, ragione è che non le riabbia. Buti. 108. AI, PRUN: al pruno che, invece del corpo, serve di dimora all'anima che un giorno animava una tale spoglia. – Mor, EstA: molestata, ma non nel senso di tormentata, bensì : molestata già dalla sua spoglia. Appunto perchè tali anime si credevano molestate dal loro corpo se ne privarono. Altri spiegano: moleste al corpo, di cui l' ombra si privò. Ma il corpo non si priva dell' anima, anzi questa di quello: dunque l' anima è molestata dal corpo, ed il corpo è molesto all' anima, e non viceversa. 109. ATTESI: intenti. 112. colui: il cacciatore. 113. PoRco: selvatico; il cinghiale. – LA CACCIA: i cani caccianti. – ALLA SUA PosTA: alla sua volta, verso il luogo dove egli è postato. 114. sToRMIRE: risuonare. Le bestie urlando e latrando e rompendo, le frasche rompendosi, fanno risuonar tutta la selva. 115. DUo: violenti contro di sè nell' avere. 116. NUDI: come quelli che si sono privati di ogni loro avere, persin degli abiti. – GRAFFIATI: dai pruni e fors' anche dai cani che gli perseguitano. Denota i disagi ai quali sono esposti coloro che si privano dei loro averi. – FUGGENDo: dinanzi ai cani che forse sono simbolo di creditori inumani. 117. RoMPIENo: rompevano. « Fuggono per la selva rompendo le frasche, cioè stracciando e diffamando coloro che si sono disperati, dicendo: Anzi fece peggio di me, che s' uccise, così non voglio fare io; – – imperò che levare le foglie alla pianta è levare la sua bellezza, e così levare la fama all' uomo.» Buti. RosTA: rami e frasche che eran loro d' ostacolo e impedivano il cammino. «Rosta, qualsiasi ostacolo, riparo o ritenuta che per rami e frasche troncate o per che altro poteva ritrovarsi in quella selva di aspri sterpi.» Giul. 118. QUEL: Lano (= Ercolano) Sanese, uomo ricchissimo, della brigata godereccia di Siena di cui si parla Inf. XXIX. Consumò tutti i suoi beni con questa brigata. Essendosi trovato alla sconfitta che gli Aretini, guidati da Buonconte di Montefeltro, diedero ai Sanesi presso la Pieve del Toppo, sebbene potesse salvarsi fuggendo, preferì cacciarsi tra i ne

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